I peggiori amici

Più di 70.000 membri delle forze dell’ordine hanno ricevuto un intensivo addestramento. Ora sciameranno nelle strade del libero e devoto Iran per “combattere l’invasione culturale occidentale”. Innanzitutto, dal 14 giugno 2011 agli uomini iraniani è proibito indossare collanine ed aver tagli di capelli “eccessivi”: troppo lunghi, troppo corti, con le meche? Lo sanno dio (forse) e l’ayatollah Ali Khamenei, che della polizia morale nomina i capi. Ma stiano attente le donne a fazzoletti indossati in modo non abbastanza stretto, a maniche corte e pantaloni corti ed ai capelli legati in “decadenti” code di cavallo: il “Piano per la sicurezza morale” non tollererà più tali crimini. Mi dite che quando ci sono 30/40° gradi all’ombra vorreste vestirvi in modo da poter respirare? State a casa, in prossimità di un frigorifero aperto. Anzi, se avete una cantina seppellitevi là fin che non arriva l’autunno. Ma quando uscirete e farà freddo, ricordatevi bene che sono proibiti anche i “cappotti aderenti”. Mi dite che non vi risulta che dio si preoccupi di come legate i vostri capelli? Smettete di leggere il Corano, femmine infedeli, quello che dice dio lo decidono gli ayatollah, punto e basta.

Nell’ambito della crociata, il Parlamento iraniano ha in questi giorni proposto una legge per rendere reato il possedere cani. Avete letto bene, avere un cane “è una cieca imitazione della volgare cultura occidentale.”

Come potete osservare dalle immagini, i persiani devono aver cominciato assai presto ad involgarirsi con questi animali imperialisti, probabilmente da prima che l’Islam facesse il suo ingresso nella regione, e sicuramente da prima che l’ayatollah Makarem Shirazi, l’anno scorso, emanasse la sua ridicola fatwa contro chi tiene in casa un cane. Che siano indigeni e non importati, i cani iraniani? Temo di sì.

Chi li tiene come animali da compagnia, tra l’altro, è una ristretta minoranza. Non è che a Teheran chiunque abbia due levrieri e un bastardino e li porti tutti a fare la cacca davanti alla sede del Parlamento. Se il cane è il miglior amico dell’uomo, altrettanto non si può dire di Khamenei, Shirazi e compagnia.

"Il giovane incontra l'eremita", il cane fa capolino in alto
Davvero non so cosa ne penserebbe il Profeta, ma sono sicura che il suo gatto, a questi cialtroni che seminano paura e dolore in nome suo, sputerebbe negli occhi. Maria G. Di Rienzo

(fonti: The Guardian, UN Women, Iranfocus)

Liberatela


Che volto ha il vento del cambiamento nel Bahrain? Quello di Ayat al-Qarmezi, ventenne, donna, poeta. Nel febbraio scorso, Ayat ha preso parola pubblicamente durante un raduno di piazza che intendeva chiedere riforme al governo del paese. Ha recitato una sua poesia, che conteneva questi versi: “Noi siamo la gente che ucciderà l’umiliazione ed assassinerà la miseria / Non udite i loro pianti? Non udite le loro grida?”. Perciò la sua casa è stata devastata dalla polizia, i suoi fratelli minacciati di morte se lei non fosse stata consegnata, ed è infine stata condannata il 12 giugno u.s. ad un anno di prigione.

Sono passati sei miseri giorni in cui, fino ad ora, i suoi carcerieri le hanno frustato il viso con un cavo elettrico, l’hanno tenuta in un cella minuscola a temperatura da congelamento e l’hanno costretta a pulire le tazze dei bagni con le nude mani.

Pensarci mi causa sofferenza, ma nulla di quel che le hanno fatto mi sorprende. Il volto di Ayat è un volto di donna, il volto di Ayat è la speranza e la trasformazione, e le sue mani hanno prodotto bellezza. Ascoltate:

Noi non viviamo in un palazzo
E non cerchiamo il potere
Noi siamo le persone che
frantumano l’umiliazione
e rigettano l’oppressione
Con la pace come nostro attrezzo
Noi siamo le persone che
non vogliono che altri vivano nelle Ere Oscure.

Amnesty International, Human Rights Watch ed il quotidiano britannico “The Independent” stanno vivacemente protestando per il trattamento inflitto alla giovane donna e ad altri prigionieri arrestati per aver partecipato a dimostrazioni e condannati da tribunali militari. La risposta del governo del Bahrain, per il momento, è che esso farà causa al quotidiano inglese (difficile farla alle organizzazioni pro diritti umani…) per aver “orchestrato una campagna diffamatoria” nei suoi confronti. Non credo che sia legalmente possibile ma qualche idiozia dovevano pur dirla. D’altronde, dovete capire che il 16 giugno scorso The Independent titolava: “Liberate Ayat subito, dice Amnesty al regime di Bahrain”, un delitto davvero senza pari… non c’è paragone con le torture che Ayat ha subito.

Vediamo se riesco a farmi denunciare anch’io. Alle autorità del Bahrain: Liberate Ayat al-Qarmezi. Liberatela. Liberatela subito. Non affamateci di un’altra sorella mancante, non deprivateci del suo viso e delle sue mani, non toglieteci le sue poesie. Maria G. Di Rienzo

P.S. Non ho trovato la petizione a suo sostegno sul sito italiano di AI, ma su quello inglese c’è:
http://action.amnesty.org.uk/ea-action/action?ea.client.id=1194&ea.campaign.id=10918 

Las Guerreras

Le cifre messicane sono qua: 11 sindaci assassinati lo scorso anno; circa 40.000 persone uccise in scontri relativi alla guerra fra “cartelli” della droga dal 2006 ad oggi (il 90% della cocaina diretta agli Usa passa per il Messico); 5.000 donne e ragazze assassinate a Ciudad Juarez in dieci anni.

Da quest’ultima città si continua a scappare ed il 60% di quelli che vi abitano ancora lo fanno perché sono così poveri da non potersi permettere uno spostamento. Più di 10.000 fra esercizi ed attività economiche hanno chiuso i battenti a Ciudad Juarez da quando la “guerra della droga” è scoppiata quattro anni fa ed ha instaurato quel circolo vizioso che chiudendo ogni altra opportunità spinge le persone ad arruolarsi nei cartelli del traffico.

In quella che una volta era la zona turistica di Ciudad Juarez le mura degli alberghi e dei ristoranti abbandonati si sbriciolano e l’area pullula di poliziotti federali pesantemente armati e con le facce coperte: 50.000 fra soldati e agenti delle forze dell’ordine sono coinvolti nella campagna militare contro i cartelli della droga lanciata, a partire dal 2006, dal presidente messicano Felipe Calderon. La violenza è da allora aumentata in maniera esponenziale, seminando ovunque paura e miseria.

Alcune donne hanno deciso di affrontare la questione e di tentare di risolverla a modo loro. Il motivo, spiega Lorenia Granados, vigile urbano di 42 anni, è che “Abbiamo visto e sperimentato così tanto dolore. Siamo stanche della sofferenza.” Perciò sono nate Las Guerreras (Le Guerriere), un gruppo di donne che girano per la città in sella a grandi motociclette rosa, fornendo assistenza alle famiglie ferite e impoverite dalla violenza. Sono insegnanti, casalinghe, commercianti. Vestite di porpora sgargiante, con la sigla “Las Guerreras” dipinta sui mezzi, sciamano per le strade fra gli applausi e i cori d’incoraggiamento di uomini e donne, di anziani e bambini.

All’inizio di questo mese (giugno 2011) hanno consegnato una carrozzella ad un bimbo disabile di 7 anni che vive in una delle zone più pericolose della città, un posto in cui le sparatorie sono quotidiane. Daniel, il piccolo in questione, non può camminare a causa della mancanza di ossigeno di cui ha sofferto quando era ancora nel ventre di sua madre. La mamma di Daniel è morta nel 2008, colpita alla testa da un proiettile vagante mentre due gang si combattevano all’esterno di un negozio; nel 2009 suo zio, un sacerdote, è stato assassinato davanti alla propria abitazione in pieno giorno; l’anno scorso è toccato a sua nonna: crivellata di pallottole mentre tornava a casa dopo aver fatto la spesa. “Come per la maggior parte delle morti violente in questa città non abbiamo la più pallida idea del perché sono accadute.”, spiega Reveles Dominguez, la zia di Daniel, “I miei parenti non sono coinvolti nei cartelli della droga, siamo gente normale che tenta di condurre un’esistenza normale.” Da tre anni a questa parte la famiglia, di cui fanno parte 6 bimbi traumatizzati dagli eventi, è terrorizzata all’idea di uscire di casa; a causa delle sparatorie ricorrenti gli adulti hanno dovuto chiudere il piccolo negozio che possedevano e ciò li ha lasciati senza introito alcuno.

Ecco perché di una cosa semplice come il dono della carrozzella Reveles Dominguez dice: “Queste donne hanno cambiato la nostra vita.” Non solo perché Daniel, che precedentemente si muoveva solo grazie all’essere trasportato dagli altri, guadagna autonomia e partecipazione, ma perché tutti loro, grazie al gesto delle “guerriere”, hanno guadagnato speranza. Ora pensano e dicono che Ciudad Juarez deve ricostruire se stessa, cambiare, ricominciare.

Anche Lorenia Granados ne è convinta: “Mi auguro che sempre più donne si aggiungano a noi. Potremmo essere anche poca cosa, ma il nostro sogno è di ispirare le persone ad aiutarsi le une con le altre, e di portare speranza alla nostra gente che ha sofferto troppo.”

Maria G. Di Rienzo

Una conversazione con Wajeha al-Huwaider

Di Katha Pollitt per The Nation, 8.6.2011 (trad. Maria G. Di Rienzo)

Wajeha al-Huwaider è forse la più nota attivista saudita per i diritti delle donne, i diritti umani e la democrazia. Ha protestato energicamente contro la mancanza di leggi formali nel regno (supplisce il Corano) e di libertà basilari, in particolare contro il sistema di “tutela” grazie al quale ogni femmina, dalla nascita alla morte, necessita del permesso di un parente maschio per prendere decisioni in ogni area importante della sua vita: istruzione, viaggi, matrimonio, impiego, danaro e persino interventi chirurgici.
Nel 2008, un video di Wajeha che guida l’automobile (cosa proibita alle donne in Arabia Saudita) ha fatto sensazione quando è stato postato su YouTube. Al-Huwaider è una convinta sostenitrice del Movimento 17 giugno, che chiama le donne a guidare l’auto in quella data, ed ha prodotto il celebre video della co-fondatrice del movimento stesso Manal al-Sherif: Manal è stata arrestata per breve tempo dalla polizia quando ha tentato di far visita a Nathalie Morin, una donna franco-canadese tenuta segregata dal marito assieme ai suoi bambini.

Wajeha regge il cartello: "Le auto vogliono essere guidate da donne saudite"

Perché le proteste in automobile? E perché ora?

Le questione delle donne autiste è rimasta irrisolta sin dalle proteste simili del 1990. Proprio prima di lanciare la campagna del 17 giugno, un gruppo di donne e uomini assai conosciuti hanno firmato una lettera diretta alla Shura, o Assemblea consultiva, chiedendo di riaprire la discussione. Il loro tentativo è stato respinto. Questa è stata la scintilla che ha fatto scattare la protesta di Manal e di altre donne. La questione è sempre lì.

Di quanto sostegno godono le guidatrici?
 E’ difficile dirlo con esattezza, ma sta crescendo, e potrebbe ammontare a più del 50% della società saudita.

Ho incontrato una donna saudita, a Houston, che ha riso di questa concentrazione sulla guida (mi stava proprio portando in macchina ad un incontro, in quel momento). Lei dice che il bando non è importante perché “chiunque” in Arabia Saudita ha un autista. In che modo non poter guidare rende difficoltose le vite delle donne saudite?
Non ogni famiglia può permettersi di assumere un autista. Molte donne devono fare affidamento sui parenti maschi, che possono non essere disponibili o non essere disposti a guidare quando le donne ne hanno bisogno. E’ incredibilmente frustrante! Inoltre, non tutti vogliono un autista. Io non ce l’ho, e neppure Manal. Noi non abbiamo un sistema di trasporti pubblici, perciò io cammino per tutto il tempo, e prendo tassì per tornare a casa dopo aver fatto la spesa. Ma in moltissimi villaggi, questo “lusso” del tassì non è alla portata delle donne.

Non è strano che alle saudite non sia permesso restare da sole con un uomo che non sia un parente, fatta eccezione per gli autisti?
Chi ci governa rompe facilmente le sue stesse leggi pur di mantenere le donne isolate. In un altro paese, una donna con un autista sarebbe vista come una privilegiata: qui, il messaggio è che ella è debole e inaffidabile. Questo tipo di attitudine si trasmette di generazione in generazione. Anche dopo che le donne avranno ottenuto il diritto di guidare ci vorranno anni per liberarsene.

Nella maggioranza dei paesi musulmani, persino in una monarchia come il Marocco, le donne hanno più libertà sociali e diritti legali che in Arabia Saudita. Perché l’Arabia Saudita è così impegnata a reprimere le donne?
 A dire il vero è impegnata a reprimere chiunque, uomini e donne, sauditi e non sauditi. E’ la ragione per cui la polizia religiosa vaga per le strade molestando e arrestando le persone. I ragazzi sono picchiati solo perché portano i capelli lunghi. Ma la polizia è più brutale con le donne, perché le donne sono metà della società, e crescono l’altra metà. Perciò reprimere le donne ed instillare paura in loro è il modo più efficace di controllare la società intera.
Esempi di progressi sauditi: la Shura ha appena raccomandato che si permetta alle donne di votare alle elezioni locali, ma non di essere eleggibili, ed il re ha decretato che unicamente le donne possono vendere biancheria intima da donna.

Alcune femministe musulmane stanno tentando di reinterpretare – loro magari direbbero di interpretare correttamente – il Corano in modo egualitario per i due generi. Per esempio, sottolineano che il Corano dice alle donne solo di vestirsi modestamente, non di essere coperte da capo a piedi, e neppure di coprirsi la testa. Tu pensi possibile un Islam femminista?
C’è già un Islam femminista, più che altro guidato da donne musulmane che vivono in Occidente. Però esse tendono a dimenticare che nessuna delle religioni monoteiste tratta uomini e donne allo stesso modo, e che c’è un limite a quello che gli studi accademici possono fare per cambiare questa realtà. Per esempio, le figlie ereditano metà di quel che ereditano i figli. Agli uomini è permesso sposare sino a quattro mogli. Due testimoni donne valgono un testimone uomo. Una società laica è una scommessa migliore, per le donne e anche per gli uomini.

Vedremo una primavera saudita?
Non ora. La maggioranza delle persone non sono ben consce di avere dei diritti umani. Non c’è stampa libera, non c’è una società civile, e nessuna ong o gruppo politico che possa organizzare un movimento. A molta gente è stato fatto il lavaggio del cervello, nel senso che credono che la nostra sia una società “speciale”: ed è perciò che noi possiamo avere leggi che non sono islamiche ma che vengono accettate, come l’impedire alle donne di guidare l’auto.
Tuttavia, grazie ad internet, le giovani donne e i giovani uomini hanno un luogo in cui esprimersi e sviluppare le loro individualità. Sono di mente più aperta degli anziani e ciò darà forma alla società saudita del futuro.

Il presidente Obama ha lodato le sollevazioni nel mondo arabo, ma gli Usa sono amici fidati del governo saudita, nonostante le sue flagranti violazioni dei diritti umani, la sua mancanza di democrazia eccetera. Che ne pensi?
Non mi sono mai aspettata che uno qualsiasi dei leader del mondo occidentale parlasse delle violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita, e tutti loro hanno infatti risposto alle mie aspettative. L’Occidente ha bisogno del nostro petrolio, e noi “non abbiamo bisogno di niente” da loro. Ho imparato a convivere con quest’amara realtà tanto tempo fa.

Perché a paragone di altri luoghi c’è così poco attivismo fra le donne saudite? O ce n’è di più di quanto venga riportato?
La paura è la ragione principale. Inoltre, le donne sono trattate per tutte le loro vite come proprietà: questo ha effetto. E la religione è un’altra ragione. I sauditi sono molto devoti ed il governo è molto bravo nell’usare la religione come arma per mantenere le donne sottomesse. Tante lo accettano. Non sono felici, ma lo accettano.

Vincere i cuori


Se chiedete a Mary, Angela o Agnes cosa significa “sicurezza” vi risponderanno: giustizia, buon governo e accesso ai servizi. Come pensano di ottenerla? Innanzitutto insegnando agli uomini a smettere di farsi guerra. E’ per questo che, nel 1999, hanno fondato il gruppo “Donne per la pace di Kup”. Kup è un sotto-distretto che si trova nella provincia Simbu della Papua Nuova Guinea, ha una popolazione di circa 18.000 persone divise in 12 clan e dispersa in numerosi piccoli centri.

All’epoca, le fondatrici del gruppo avevano sperimentato un ventennio di insicurezza e violenza grazie ai conflitti tribali. La miseria in cui le comunità erano precipitate fra omicidi, sfollamenti, stupri, crescita del contagio da Hiv e della criminalità, era intollerabile. Il primo passo per uscirne, spiegano, era guadagnare sostegno nell’opinione pubblica, affinché la pressione esercitata sui capi tribali per porre fine agli scontri fosse efficace. Allo scopo organizzarono seminari e campagne su tutto il territorio nazionale, mettendo particolarmente in luce l’ammontare incredibile di violenze dirette contro le donne durante i conflitti; un risultato clamoroso fu che donne di tribù rivali, che non si parlavano da anni, sfilarono insieme in una marcia per la pace. “Questa chiamata alla pace mostrava ai leader combattenti una resistenza unita e compatta delle donne.” Creato l’ambiente favorevole, ovvero un momento di altissima attenzione in cui era difficile per i capi tribali evitare il dialogo, riuscirono ad incontrarli. “Ci siamo presentate con rispetto, in modo non aggressivo, osservando le norme culturali consuete. Anche se il nostro discorso è una sfida diretta alla supremazia maschile volevamo convincerli, non umiliarli. Noi lo chiamiamo “winim bel”, vincere i cuori. In questo contesto la nostra strategia per il cambiamento non può che essere a lungo termine. Ma per quanto riguarda i fucili, quelli li abbiamo fermati subito.”

Perché ovviamente non tutte le fazioni in gioco hanno compreso o accettato immediatamente il messaggio. Così, le attiviste sono passate all’azione diretta: si sono accampate in mezzo ai campi di battaglia con tende e fornelli… ed è risultato difficile continuare a sparare, è stato necessario parlare. A questo punto, le “Donne per la pace di Kup” si sono offerte come mediatrici fra i vari gruppi in lotta. Ci sono voluti otto anni di lavoro, di promozione della coesione sociale, di sostegno alle vittime dei conflitti, di auto-organizzazione nei villaggi, ma nel 2007 il distretto è andato al voto senza violenza settaria a far da contorno alle elezioni. Precedentemente, dalle devastazioni agli scontri armati, passando per l’enorme pressione esercitata sulle donne affinché non andassero a votare, Kup aveva visto e sofferto di tutto. Nel 2007 invece Mary Kini e le altre, seguite ormai da un gran numero di aderenti e simpatizzanti, tennero dappertutto due settimane di corsi preparatori: cos’è il sistema elettorale, lo scopo delle elezioni ed il loro svolgersi, il diritto di votare, il diritto di essere eletti, tutto questo lo hanno spiegato diversificando i materiali a seconda del grado di alfabetizzazione dei concittadini a cui si rivolgevano. Inoltre, lanciarono la campagna “Elezioni libere dalla violenza”, in cui chiesero ai candidati di impegnarsi pubblicamente in tal senso, e monitorarono i seggi, per sventare i possibili brogli e permettere alle donne di partecipare con più tranquillità. “Un sogno divenuto realtà.”, dice Mary con orgoglio, “Era la prima volta che le cose andavano in modo pacifico, in tutta la nostra storia.” Al termine di quelle storiche elezioni, molte persone hanno chiesto alle “Donne per la pace di Kup” di presentare delle candidate alle prossime. Nel 2012, potremmo avere le prime donne elette nel distretto.

Nel frattempo, non pochi cuori sono stati vinti. Alle assemblee per promuovere la pace fra i clan, raccontano le attiviste “era la prima volta che molti uomini ascoltavano le storie dolorose delle donne. Durante una di esse, uno dei capi tribali ci disse: Prendete la guida, noi staremo dietro di voi, e vi sosterremo e ci muoveremo in avanti con voi. Noi non riusciamo a negoziare. Gli uomini combattono, litigano. Il nostro modo di discutere è violento.”
Liberare le donne educando gli uomini nel processo è il loro motto: sembra che ci stiano riuscendo.

Maria G. Di Rienzo

Cento mattoni

Claudia Tapias non si è mai permessa di avere sogni, per il passato. Cresciuta con sei fratelli, maggiori e minori, unica femmina, le è stato insegnato a fare qualunque cosa per loro senza chiedere nulla in cambio. Claudia si è sposata giovane, ha tre figli di 26, 25 e 22 anni, ed è una delle tante donne rese vedove dalla violenza imperante in Colombia, dove la maggior parte degli omicidi restano impuniti e troppe famiglie attendono ancora una risposta al loro dolore.
Questa donna minuscola di 47 anni, dalla voce che ha il ritmo quieto di una pioggia leggera, non sembra proprio la persona più importante di Santa Elena, ne’ si definirebbe mai tale: eppure, per i suoi concittadini, in molti modi lo è. Santa Elena è l’insediamento agricolo dove Claudia è nata ed ha vissuto per tutta la vita e fa parte come municipalità della ben più famosa Medellìn. La gente di Santa Elena coltiva granoturco, patate, lattuga, una gran varietà di frutta fra cui fragole e more, ed una varietà ancor più grande di fiori. La maggior parte delle famiglie della zona sono infatti “silleteros”, coltivatori tradizionali di fiori, e Claudia li considera la parte più vulnerabile della popolazione: per loro cerca incessantemente nuove opportunità e sviluppa progetti che coinvolgono la comunità intera.
Come presidente di una delle 16 circoscrizioni della municipalità, Claudia Tapias lavora sette giorni la settimana senza essere pagata. Il suo scopo principale, ogni giorno, è trovare le risorse per far partire e crescere i progetti che mirano a migliorare le vite dei contadini; il suo orizzonte, la cosa che considera più importante per la sua gente, è ottenere un mercato equo, un mercato giusto, un mercato a misura di esseri umani.
Claudia riuscì a suo tempo a finire le scuole superiori, ma non ebbe mai la possibilità di proseguire gli studi in uno dei due corsi universitari che la interessavano: scienze politiche e medicina forense. A prima vista può sembrare che le due carriere non abbiano molto in comune, dice Claudia, ma in realtà sono connesse: “Quando guardo le persone negli occhi, e vedo quanto disperatamente hanno bisogno di aiuto, so che se quell’aiuto non arriverà potranno essere uccise, o morire proprio nel tentativo di sopravvivere. E se questo succede, io ho bisogno di sapere perché. Cos’è accaduto? Chi non ha fatto il proprio lavoro? E perché non lo ha fatto, quando la vita ha un così grande valore?”
Claudia cominciò a portare le sue proposte ai funzionari governativi sin da quando era molto giovane; sapeva di non avere nessun addestramento specifico o ufficiale, ma il suo cuore e la sua saggezza le indicavano una strada verso una nuova vita, una vita di giustizia per i più poveri e gli abbandonati, una strada fatta di opportunità, eguaglianza, istruzione, salute, impiego e cibo, ma ancor di più di dignità e di rispetto per se stessi e gli altri. Claudia ha ridato alle donne e agli uomini di Santa Elena l’orgoglio di essere quel che sono. I progetti che ha portato a termine o in cui è attualmente coinvolta sono così tanti che è impossibile menzionarli tutti. Lo scorso anno erano le case ecologiche per i coltivatori, quest’anno ha ottenuto acqua potabile per 10.000 persone. Ci sono bambini che vanno a scuola e anziani che vengono curati solo grazie all’impegno di Claudia Tapias.
I sogni della gente di vivere una vita degna, pacifica, significativa, sono le sue priorità. Ma per se stessa Claudia non si aspetta granché, come al solito. Abita nella casa di suo padre con i tre figli, il suo compagno, un fratello che era diventato mendicante e che lei ha soccorso dalla strada, e la nipotina Sofia che è per lei “il centro della vita”.
Tuttavia, anche questa donna straordinaria che non sa di esserlo ha un sogno. Ne tiene parte nelle piccole mani, mentre parla, e infine lo mostra. Un mattone. Claudia Tapias sogna una casa propria. Per ora ha messo da parte nell’abitazione di suo padre cento mattoni, la toilette, un lavandino e dieci grosse lastre di vetro. Un giorno, spiega, spera di vivere nella casa che sogna con l’intera famiglia, e di preparare per tutti i suoi parenti le vivande deliziose che sa cucinare con tanto amore. E invero l’amore è l’ingrediente principale della sua esistenza. Maria G. Di Rienzo

Le “sante” della Somalia

La Somalia è considerata una delle nazioni più “problematiche” del mondo. Da vent’anni non ha un governo centrale effettivo (quello eletto nel 2009 controlla a malapena parte della capitale con il sostegno delle Nazioni Unite), i combattimenti fra clan rivali hanno generato in questo lasso di tempo un milione di morti ed una devastante crisi relativa ai rifugiati interni (un milione e duecentomila persone senza più casa, lavoro e luogo a cui tornare), la fame e la mancanza di servizi sanitari fanno il resto. Al momento, un terzo della popolazione somala dipende per sopravvivere dal cibo fornito dagli aiuti umanitari e quel che resta dell’economia del paese è retto dalle rimesse dei migranti. La Somalia è diventata praticamente il campo di battaglia di opposte fazioni “insorgenti”, molte delle quali intendono imporre all’intero paese la loro specifica e particolare visione della fede islamica.
La dottoressa Hawa Abdi Dhiblawe, oggi 63enne, tornò in Somalia dall’Ucraina, dove si era laureata in ginecologia e lavorava, nel 1983: aveva deciso che avrebbe fatto quanto poteva per rispondere ai bisogni della sua gente. Il suo credo era composto di una sola parola, “pace”; i suoi motivatori erano “dignità e speranza” per ogni essere umano. Hawa si rimboccò le maniche ed aprì una clinica composta di una sola stanza ad Afgoye, alla periferia di Mogadiscio. Da allora, la stanzetta è cresciuta sino a trasformarsi in un ospedale da 400 posti letto, circondato da 1.300 acri di terra coltivabile che sono diventati la casa di 90.000 rifugiati. Oggi nell’ospedale lavorano anche le due figlie di Hawa, parimenti laureate in medicina: Amina Mohamed Abdi e Deqa Mohamed Abdi.
Dell’intenso e quieto lavoro di queste donne, che la gente comune chiama “le Sante di Somalia”, la comunità internazionale non ha saputo nulla sino all’anno scorso. L’incidente che le ha portate, per così dire, alla ribalta accadde nel maggio del 2010, quando il gruppo armato “Hizbul Islam” decise che aiutare la gente a stare meglio non era abbastanza “islamico” e che queste tizie pacifiste erano un po’ troppo popolari. Inoltre, si trattava pur sempre di tre esseri inferiori, e cioè di femmine. Così, 750 uomini armati presero d’assedio la clinica per permettere agli altri di saccheggiarla senza disturbo. Le infrastrutture furono distrutte assieme ai macchinari per l’anestesia ed agli schedari.
Nel bel mezzo della tempesta, la dottoressa Hawa Abdi Dhiblawe andò a confrontarsi con il comandante dei miliziani, chiedendogli per quale motivo si stesse comportando in tal modo. Il comandante rispose puntandole un fucile alla testa. Hawa scrollò le spalle: “Se vuoi uccidermi, uccidimi. – gli disse – Non è un problema. Un giorno o l’altro dovrò comunque morire.” I miliziani la trassero in arresto e si accamparono nell’ospedale, ma non avevano fatto bene i conti: Hawa aveva mostrato il potere della solidarietà per lunghi anni, e a troppe persone. Le sue ex pazienti, in particolare, donne in difficoltà che lei aveva accolto a braccia aperte senza chiedere nulla, non intendevano tacere.
Così, man mano che la notizia si diffondeva, prima qualche dozzina di donne e poi centinaia circondarono a loro volta la struttura, chiedendo il rilascio della dottoressa e che l’ospedale riprendesse a funzionare. L’azione rimbalzò sui media e a livello internazionale. Poiché quello che arrivava ad “Hizbul Islam” erano solo proteste e comunicati che esprimevano sdegno e condanna, e poiché per quanto le si minacciasse quelle donne attorno alla clinica non solo non se ne andavano, ma crescevano costantemente di numero, e sembravano non aver paura di nulla, dopo sette giorni il leader del gruppo, lo “sceicco” Hassan Dahir Aweys ordinò la liberazione della dottoressa.
Hawa Abdi Dhiblawe si rimboccò le maniche un’altra volta, raccolse i pezzi e riprese a fare il suo lavoro. Non si tratta solo di curare i corpi, lei e le sue figlie lo sanno bene. Si tratta di istruire i bambini, di dare un tetto a chi non ce l’ha, di insegnare alle persone a lavorare insieme per il bene comune. E’ vero quanto Hawa disse l’anno scorso: un giorno lei ci lascerà com’è nell’ordine naturale delle cose. Ma credo che il suo esempio e i frutti del suo impegno resteranno con noi molto, molto più a lungo.

Maria G. Di Rienzo