La dottoressa Hawa Abdi Dhiblawe, oggi 63enne, tornò in Somalia dall’Ucraina, dove si era laureata in ginecologia e lavorava, nel 1983: aveva deciso che avrebbe fatto quanto poteva per rispondere ai bisogni della sua gente. Il suo credo era composto di una sola parola, “pace”; i suoi motivatori erano “dignità e speranza” per ogni essere umano. Hawa si rimboccò le maniche ed aprì una clinica composta di una sola stanza ad Afgoye, alla periferia di Mogadiscio. Da allora, la stanzetta è cresciuta sino a trasformarsi in un ospedale da 400 posti letto, circondato da 1.300 acri di terra coltivabile che sono diventati la casa di 90.000 rifugiati. Oggi nell’ospedale lavorano anche le due figlie di Hawa, parimenti laureate in medicina: Amina Mohamed Abdi e Deqa Mohamed Abdi.
Dell’intenso e quieto lavoro di queste donne, che la gente comune chiama “le Sante di Somalia”, la comunità internazionale non ha saputo nulla sino all’anno scorso. L’incidente che le ha portate, per così dire, alla ribalta accadde nel maggio del 2010, quando il gruppo armato “Hizbul Islam” decise che aiutare la gente a stare meglio non era abbastanza “islamico” e che queste tizie pacifiste erano un po’ troppo popolari. Inoltre, si trattava pur sempre di tre esseri inferiori, e cioè di femmine. Così, 750 uomini armati presero d’assedio la clinica per permettere agli altri di saccheggiarla senza disturbo. Le infrastrutture furono distrutte assieme ai macchinari per l’anestesia ed agli schedari.
Nel bel mezzo della tempesta, la dottoressa Hawa Abdi Dhiblawe andò a confrontarsi con il comandante dei miliziani, chiedendogli per quale motivo si stesse comportando in tal modo. Il comandante rispose puntandole un fucile alla testa. Hawa scrollò le spalle: “Se vuoi uccidermi, uccidimi. – gli disse – Non è un problema. Un giorno o l’altro dovrò comunque morire.” I miliziani la trassero in arresto e si accamparono nell’ospedale, ma non avevano fatto bene i conti: Hawa aveva mostrato il potere della solidarietà per lunghi anni, e a troppe persone. Le sue ex pazienti, in particolare, donne in difficoltà che lei aveva accolto a braccia aperte senza chiedere nulla, non intendevano tacere.
Così, man mano che la notizia si diffondeva, prima qualche dozzina di donne e poi centinaia circondarono a loro volta la struttura, chiedendo il rilascio della dottoressa e che l’ospedale riprendesse a funzionare. L’azione rimbalzò sui media e a livello internazionale. Poiché quello che arrivava ad “Hizbul Islam” erano solo proteste e comunicati che esprimevano sdegno e condanna, e poiché per quanto le si minacciasse quelle donne attorno alla clinica non solo non se ne andavano, ma crescevano costantemente di numero, e sembravano non aver paura di nulla, dopo sette giorni il leader del gruppo, lo “sceicco” Hassan Dahir Aweys ordinò la liberazione della dottoressa.
Hawa Abdi Dhiblawe si rimboccò le maniche un’altra volta, raccolse i pezzi e riprese a fare il suo lavoro. Non si tratta solo di curare i corpi, lei e le sue figlie lo sanno bene. Si tratta di istruire i bambini, di dare un tetto a chi non ce l’ha, di insegnare alle persone a lavorare insieme per il bene comune. E’ vero quanto Hawa disse l’anno scorso: un giorno lei ci lascerà com’è nell’ordine naturale delle cose. Ma credo che il suo esempio e i frutti del suo impegno resteranno con noi molto, molto più a lungo.
Maria G. Di Rienzo
Maria G. Di Rienzo
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