All’epoca, le fondatrici del gruppo avevano sperimentato un ventennio di insicurezza e violenza grazie ai conflitti tribali. La miseria in cui le comunità erano precipitate fra omicidi, sfollamenti, stupri, crescita del contagio da Hiv e della criminalità, era intollerabile. Il primo passo per uscirne, spiegano, era guadagnare sostegno nell’opinione pubblica, affinché la pressione esercitata sui capi tribali per porre fine agli scontri fosse efficace. Allo scopo organizzarono seminari e campagne su tutto il territorio nazionale, mettendo particolarmente in luce l’ammontare incredibile di violenze dirette contro le donne durante i conflitti; un risultato clamoroso fu che donne di tribù rivali, che non si parlavano da anni, sfilarono insieme in una marcia per la pace. “Questa chiamata alla pace mostrava ai leader combattenti una resistenza unita e compatta delle donne.” Creato l’ambiente favorevole, ovvero un momento di altissima attenzione in cui era difficile per i capi tribali evitare il dialogo, riuscirono ad incontrarli. “Ci siamo presentate con rispetto, in modo non aggressivo, osservando le norme culturali consuete. Anche se il nostro discorso è una sfida diretta alla supremazia maschile volevamo convincerli, non umiliarli. Noi lo chiamiamo “winim bel”, vincere i cuori. In questo contesto la nostra strategia per il cambiamento non può che essere a lungo termine. Ma per quanto riguarda i fucili, quelli li abbiamo fermati subito.”
Perché ovviamente non tutte le fazioni in gioco hanno compreso o accettato immediatamente il messaggio. Così, le attiviste sono passate all’azione diretta: si sono accampate in mezzo ai campi di battaglia con tende e fornelli… ed è risultato difficile continuare a sparare, è stato necessario parlare. A questo punto, le “Donne per la pace di Kup” si sono offerte come mediatrici fra i vari gruppi in lotta. Ci sono voluti otto anni di lavoro, di promozione della coesione sociale, di sostegno alle vittime dei conflitti, di auto-organizzazione nei villaggi, ma nel 2007 il distretto è andato al voto senza violenza settaria a far da contorno alle elezioni. Precedentemente, dalle devastazioni agli scontri armati, passando per l’enorme pressione esercitata sulle donne affinché non andassero a votare, Kup aveva visto e sofferto di tutto. Nel 2007 invece Mary Kini e le altre, seguite ormai da un gran numero di aderenti e simpatizzanti, tennero dappertutto due settimane di corsi preparatori: cos’è il sistema elettorale, lo scopo delle elezioni ed il loro svolgersi, il diritto di votare, il diritto di essere eletti, tutto questo lo hanno spiegato diversificando i materiali a seconda del grado di alfabetizzazione dei concittadini a cui si rivolgevano. Inoltre, lanciarono la campagna “Elezioni libere dalla violenza”, in cui chiesero ai candidati di impegnarsi pubblicamente in tal senso, e monitorarono i seggi, per sventare i possibili brogli e permettere alle donne di partecipare con più tranquillità. “Un sogno divenuto realtà.”, dice Mary con orgoglio, “Era la prima volta che le cose andavano in modo pacifico, in tutta la nostra storia.” Al termine di quelle storiche elezioni, molte persone hanno chiesto alle “Donne per la pace di Kup” di presentare delle candidate alle prossime. Nel 2012, potremmo avere le prime donne elette nel distretto.
Nel frattempo, non pochi cuori sono stati vinti. Alle assemblee per promuovere la pace fra i clan, raccontano le attiviste “era la prima volta che molti uomini ascoltavano le storie dolorose delle donne. Durante una di esse, uno dei capi tribali ci disse: Prendete la guida, noi staremo dietro di voi, e vi sosterremo e ci muoveremo in avanti con voi. Noi non riusciamo a negoziare. Gli uomini combattono, litigano. Il nostro modo di discutere è violento.”
Liberare le donne educando gli uomini nel processo è il loro motto: sembra che ci stiano riuscendo.
Maria G. Di Rienzo

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