Artiste di strada

Tratto da un articolo di Elayne Clift per Women’s Media Center, 26.7.2011. Traduzione di Maria G. Di Rienzo


I graffiti esistono da quando gli esseri umani cominciarono a dipingere le pareti delle caverne. Oggi condannati come vandalismo da alcuni, o scherniti come pratica infantile da altri, sono definiti dalla studiosa canadese Jane Gadsby come “una forma di comunicazione personale priva delle costrizioni sociali consuete”.

Fra i graffitisti in evidenza in tutto il mondo ci sono donne come l’olandese Mickey e Lady Pink, nata in Ecuador e cresciuta a New York. Costoro (assieme ad altre due artiste newyorchesi, Swoon e Claw) sono riconosciute a livello internazionale come le fondatrici di una sorellanza all’interno del movimento artistico dei writers, documentata anche dal libro del 2006 “Graffiti Women: Street Art from Five Continents” – “Donne graffitiste: arte di strada dai cinque continenti” di Nicholas Ganz. Nella prefazione, Nancy Macdonald scrive che un artista di strada maschio occupa “una sfera che gli garantisce una presenza e l’opportunità di essere riconosciuto. Questa sfera è molto più dura da occupare, per le donne.”

Forse è per questo che l’esplorazione di genere dei graffiti ha spesso condotto i ricercatori nei bagni pubblici, dove le donne si devono essere sentite più sicure e libere di scrivere e disegnare. I ricercatori hanno anche notato che i graffiti “da bagno” femminili sono più interattivi ed interpersonali di quelli maschili, osservando che mentre gli uomini tendono a scrivere delle loro prodezze sessuali, le donne maneggiano relazioni.

“Inizialmente lo scrivere graffiti era un gesto di attivismo, un segno di ribellione.”, dice Lady Pink, i cui lavori sono oggi esposti nei musei, “I graffiti mi hanno dato forza ed hanno costruito il mio carattere. Quando ho iniziato ero timida e schiva, ma ho scoperto di avere una voce, di avere qualcosa da dire.” Solo più tardi si accorse che stava creando arte femminista, denunciando ingiustizie e mostrando le donne come eroine e modelli positivi invece che come vittime.

L’artista olandese Mickey dice che i graffiti sono diventati “arte folk”. Definisce i suoi primi graffiti come “un modo ribelle di esprimere me stessa artisticamente, ed una forma di comunicazione con l’esterno. I graffiti hanno contribuito alla mia vita in tal modo da farmi diventare un libero essere umano con uno spirito libero. Mi hanno insegnato molte lezioni di vita e mi hanno aiutata nei momenti difficili.”

All’inizio, essere un’artista di strada di sesso femminile significava rischiare di essere ridicolizzate e aggredite violentemente sia dai graffitisti maschi sia dalla polizia. Lady Pink ricorda che “andare in giro per la metropolitana essendo donne era davvero pericoloso. Mi travestivo da ragazzo e tentavo di non farmi notare. La polizia minacciava e molestava le graffitiste. E c’era sessismo da parte dei ragazzi che non volevano credere che io stessi semplicemente facendo il mio lavoro. Ho dovuto dipingere in mezzo a diversi gruppi di writers per dar prova di me stessa. Come tutte le donne, ho dovuto faticare il doppio per avere un trattamento eguale.”

Lady Pink attualmente lavora con le scuole, dove insegna ed ispira i giovani artisti. Del suo lavoro con i bambini e i ragazzi dice: “E’ importante che i giovani artisti mettano in discussione lo status quo e pensino in modo non convenzionale. Dove sta scritto che l’arte appartiene alle gallerie e dev’essere vista in silenzio? Perché non sulle strade, dove chiunque può vederla?”

Mickey, che esegue murali su commissione, dice: “Mi piace creare cose che rendano felici chi le guarda. Per me, i pezzi colorati dei graffiti non sono mai vandalismo. Vandalismo è distruggere qualcosa di proposito solo perché hai l’impulso di farlo. I graffiti sono diversi. Dipingi la città affinché appaia migliore. Penso che i graffiti siano ormai diventati arte popolare.”

Poesia contro il golpe

Honduras: “Neither Striking Down The State, Nor Striking Down Women”, di Gabriela De Cicco per AWID, 31 luglio 2011. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. www.awid.org

Honduras, nell’America Centrale, ha una popolazione che conta un po’ più di otto milioni di persone. Nel 2009, una contesa politica sui piani per riscrivere la Costituzione honduregna risultò nell’allontanamento del Presidente Manuel Zelaya, tramite colpo di stato da parte delle forze dominanti del paese: capi militari, politici conservatori dei partiti Liberale e Nazionale, proprietari dei media principali, proprietari terrieri e uomini d’affari dell’oligarchica alta classe.  Roberto Micheletti Bain fu insediato come Presidente ad interim e, nel novembre dello stesso anno, si tennero elezioni nazionali. Il 27 gennaio 2010 il neo eletto Presidente Porfirio Lobo Sosa prese il suo posto. Ma ciò non ha messo fine alla crisi che attraversa il paese e la violenza e la repressione continuano.

AWID ha parlato con Jessica Sánchez, un’attivista di “Feminists in Resistance” (FeR) del movimento di resistenza delle donne e dello stato attuale dei diritti umani delle donne in Honduras.

AWID: Cos’è il Movimento di resistenza popolare (MRP)?

Jessica Sánchez (JS): E’ il movimento sociale che si è creato a seguito del colpo di stato, ed è composto da donne, lavoratori, organizzazioni rurali ed indigene, associazioni commerciali e sindacati, ed il movimento LGBTI (lesbico, gay, bisessuale,
transgender e intersessuale). E’ venuto alla luce per rendere visibili le richieste di persone che per vent’anni hanno sopportato colpi di stato militari, violenza, povertà ed esclusione grazie alle classi d’élite del paese. Gli ufficiali dell’esercito ed i leader responsabili del colpo di stato hanno sottostimato la reazione popolare. Non si erano aspettati che la gente sarebbe scesa in strada per “resistere” tramite manifestazioni pacifiche, un giorno dopo l’altro, in città diverse in tutto il paese.

AWID: La repressione è aumentata a causa della continua resistenza? Quali gruppi sono stati bersagli per la repressione?

JS: Sì, di fronte alla disobbedienza civile, le autorità “de facto” hanno emanato un decreto che permette l’uso della forza alla polizia e all’esercito e ciò è cresciuto sempre di più mano a mano che sempre più persone si univano alla resistenza. I metodi nell’uso della forza si sono pure intensificati negli ultimi mesi, e includono arresti, diverse forme di tortura (pestaggi, ossa spezzate di proposito), stupri, minacce e molestie, il tutto diretto contro i leader del movimento sociale, in particolar modo giovani e donne.

Gli insegnanti, ad esempio, stavano protestando perché il loro Statuto è stato rigettato e non implementato, e quando sono scesi in strada con i loro sindacati sono stati violentemente repressi con gas tossici e arresti. Il governo ha inoltre sospeso più di 300 insegnanti, come misura punita, e costoro stanno ancora lottando per essere reintegrati nel posto di lavoro.

Il movimento contadino di Aguán, nel nord del paese, è un altro gruppo che subisce ancora violenza. Trenta omicidi di attivisti che lottavano per difendere le terre loro confiscate sono stati documentati negli ultimi 15 mesi. La popolazione dell’isola  Zacate Grande si trova in circostanze simili, è minacciata di evacuazione, violenza e persino morte perché sta difendendo il proprio territorio.

Anche il personale dei media ha dovuto portare il peso della violenza: 12 giornalisti sono stati assassinati durante il periodo dell’amministrazione Porfirio Lobo. Sino ad ora lo stato non ha riconosciuto le violazioni dei diritti umani che sono occorse sin
dall’inizio del colpo di stato, il 28 giugno 2009. E’ perciò che i movimenti sociali del paese, incluso il movimento femminista, si stanno opponendo con forza alla reintroduzione di Honduras nell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) ed hanno protestato in occasione del recente incontro in Salvador.

AWID: E’ vero che la violenza contro le donne è aumentata di pari passo con la repressione?

JS: Più di 400 atti di violenza di genere sono stati documentati, fra il 2009 ed il 2010, dal “Comitato delle famiglie degli arrestati-scomparsi” e dalla coalizione “Feminists in
resistance”. Il rapporto, sottoposto alla Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani, descrive questi atti: torture, pestaggi, abusi sessuali, arresti, minacce di stupro e molestie, diretti a membri e leader donne del Movimento di resistenza popolare.
La repressione nei barrios (quartieri ove vivono vivono proletari e classe media), attuata tramite i raid polizieschi, ha costretto le donne a fuggire dalle proprie case per
proteggere se stesse e le proprie famiglie.

AWID: In che modo sono stati toccati i diritti delle donne dopo il colpo di stato?

JS: Le istituzioni create per lo sviluppo e l’amministrazione della giustizia, dirette alle donne, sono state indebolite. Ciò è allarmante, perché in questo clima di impunità i femminicidi  sono aumentati di più del 60%, secondo i dati ufficiali: siamo passati da 252 omicidi di donne nel 2008 ai 407 del 2009. Nel 2010 il trend è continuato, e ai primi di marzo del 2011 già 55 omicidi classificabili come femminicidi  sono stati denunciati. Dal punto di vista delle politiche pubbliche c’è stato un sensibile passo indietro quando è scattata la proibizione per la vendita e l’uso della contraccezione d’emergenza. Il processo consultivo che doveva portare al secondo Piano per l’eguaglianza e l’equità di genere è stato fermato.

AWID: Perché, e in che modi, le femministe ed altri movimenti sociali stanno resistendo al governo “de facto”?

JS: Come femministe, continuiamo a resistere perché crediamo nella democrazia genuina che comprende l’equità, e nel riconoscimento dei nostri diritti quali esseri umani e costruttrici di cittadinanza, e dobbiamo lottare per questo. Stiamo costruendo un movimento sociale anti-patriarcale che opera al di fuori della logica militare e neoliberista; un movimento per il dialogo e per il cambiamento, in cui le donne hanno rappresentanza.

Oltre a Fer, ci sono femministe nei diversi movimenti sociali (rurale, indigeno, sindacale) e tutte noi vogliamo ricostruire e ricreare un nuovo Honduras. Almeno, questi sono i nostri sogni e le nostre aspirazioni. Ad esempio, resistiamo attraverso l’arte: “Contra el Golpe, contra todos los golpes, poesía” (Contro il golpe, contro tutti i golpe, poesia) è un’attività che hanno iniziato Francesca Gargallo e Karina Ochoa. Cariche di libri, cominciarono ad andare a leggere per gruppi di lavoratrici delle maquilas (fabbriche tessili) e per le contadine nel 2009, quando la repressione era ferocissima. Attività simili sono state organizzate a El Salvador con poetesse honduregne e salvadoregne, all’interno della protesta contro il reinsediamento di Honduras nell’OAS.

Stiamo esponendo pubblicamente la non volontà dello stato di occuparsi delle flagranti violazioni dei diritti umani e dei diritti delle donne. Non siamo d’accordo con quanto Porfirio Lobo ha dichiarato di recente, e cioè che “Dobbiamo perdonarci e ricominciare da zero”, perché la vittima ed il perpetratore, il torturatore e la donna che è stata torturata non possono essere equiparati. Chiediamo che la polizia e l’esercito, così come coloro che sono responsabili dell’esecuzione del colpo di stato, ammettano le violazioni dei diritti umani e le loro responsabilità.

AWID: Che tipo di conseguenze ha questa resistenza?

JS: Si sono manifestate, a livello personale e politico, per tutte le donne che fanno parte del movimento di resistenza: da una parte c’è la violenza di cui molte di noi hanno fatto esperienza, assieme a parenti, amici e figli; dall’altra c’è la persecuzione politica che molte compagne subiscono. Attiviste femministe sono sotto sorveglianza da parte delle polizia ed alcune hanno dovuto lasciare il paese per le minacce alla loro integrità fisica ed alla loro vita, e sono ancora in esilio.

Abbiamo lavorato incessantemente, e stiamo vivendo in una sorta di “modulo d’emergenza”, denunciando, inviando informazioni ai media, provvedendo sostegno ovunque con tale intensità che siamo davvero esauste. Salute emotiva e fisica ne risentono. Avremmo bisogno di spazi di guarigione, ma ciò non può accadere mentre siamo alle prese con situazioni d’emergenza per i diritti umani.

Gli aiuti internazionali sono stati limitati, per le femministe e per i movimenti e le organizzazioni di donne, dal colpo di stato in poi. E’ difficile conciliare la nostra agenda, che include la demilitarizzazione e la costruzione di democrazia, con quelle della cooperazione internazionale. Come possono lo stato e la società civile lavorare insieme senza riconoscere le violazioni che si sono date dopo il golpe? Stiamo ricreando il nostro movimento da un modello di resistenza che include le richieste femministe. Il nostro motto è: “Se le donne non ci sono, la Costituzione non va da nessuna parte”.

Dal lato positivo, la resistenza ha condotto ad approcci pro-attivi all’interno dei nostri stessi movimenti, come l’emergere di numerose organizzazioni femministe e  singole femministe che hanno trovato convergenza nella Fer, o il Forum delle Donne per la vita nel nord paese. Sono emersi anche movimenti specifici di giovani femministe.

Non è stato un processo facile, ma apprezziamo la solidarietà internazionale e regionale da parte delle compañeras che condividono la nostra lotta da differenti angoli della Terra. Abbiamo sentito di non essere sole nel nostro sogno, di essere parte di una lotta globale, un grande sogno collettivo che ci permette di crescere e continuare.

Recensioni di "Voci dalla Rete. Come le donne stanno cambiando il mondo"

VOCI DALLA RETE. COME LE DONNE STANNO CAMBIANDO IL MONDO
Un libro di Maria G. Di Rienzo (a cura di) Forum, 2011,15 euro

«Perché siamo così pronte ad adottare una pigra posizione di relativismo culturale? Il femminismo ha fallito? Forse non per voi, e non per me. Ma sapete una cosa? Non riguarda solo noi». Questa la conclusione dell’intervento di Virginia Haussegger a un dibattito del settembre 2010 dal titolo «Feminism has failed» e riportato da Maria Di  Rienzo in Voci dalla rete, una raccolta di testimonianze pubblicate su «Lunanuvola’s Blog» cinquantanove per la precisione, da lei raccolte, tradotte, adattate. Echi femminili che arrivano a noi da tutto il pianeta, dall’Afghanistan allo Zambia, dall’Iran agli Stati uniti, e che restituiscono un affresco mondiale delle discriminazioni e dei crimini contro le donne. Ma anziché essere una sequela di lamentazioni, il libro è piuttosto un inno corale alla vita e un’iniezione di ottimismo. «So che vinceremo» è il titolo dell’ultimo intervento, e vittoria, coraggio, libertà e dignità sono le parole ricorrenti di queste donne che raccontano e, con la narrazione delle proprie vite, cambiano la Storia. Esperienze personali uniche ma simili, che sollecitano la necessità e improcrastinabilità di una trasformazione radicale delle relazioni di potere tra i generi. Ma allo stesso tempo le storie di vita di queste protagoniste ci dicono che la realtà sta già cambiando e che dobbiamo fare spazio, nelle nostre teste, a questa trasformazione in atto. «Non c’è settore dell’umana esistenza in cui le donne non abbiano lavorato e non stiano lavorando affinchè le priorità siano pace, giustizia, uguaglianza e libertà. Per tutti.», dice la curatrice del volume. E proprio perché è dall’esperienza che nasce il sapere, le donne sono pronte a «cambiare il mondo».

Nadia Angelucci per “Le Monde Diplomatique” – Inserto de Il Manifesto


Se nominiamo Fiji, Vanuatu o le Isole Salomone, pensiamo alle vacanze, probabilmente immaginiamo donne sorridenti e serene. La realtà è un’altra: il 60 per cento delle nazioni del Pacifico non ha leggi contro la violenza domestica, perché “sarebbero contrarie ai costumi tradizionali”, come hanno affermato i capi (uomini) di Vanuatu. E il 73 per cento delle loro mogli pensa che sia diritto dei mariti picchiarle.

Il libro “Voci dalla rete” racconta di un universo femminile ignorato dalle riviste di viaggio e di norma invisibile ai viaggiatori stessi, lo racconta in presa diretta attraverso le testimonianze di donne raccolte sul web da Maria G. Di Rienzo e provenienti dall’intero continente, da paesi lacerati da guerre e da violenze come Afghanistan, Iran e Palestina e da quelli che sono destinazioni turistiche come Namibia, Kenya, Indonesia, Guatemala, Cina, Russia, India.

Sono testimonianze di vite, di sfide, di battaglie e di resistenze di migliaia di donne. Alcune voci sono positive e piene di speranza, altre drammatiche e sofferte, ma tutte coraggiose, tutte di donne stanche di sopportare e con la voglia di cambiare il loro mondo e il mondo intero.

Sono le voci delle contadine colombiane che piantano alberi nel deserto, delle messicane e guatemalteche che denunciano continui femminicidi, delle danzatrici dello Zambia che raccolgono i bisogni della loro gente dando vita a progetti di istruzione, delle madri di Tienanmen che chiedono giustizia. Sono le voci di donne confinate in cucina e nella cura della prole, donne a cui non è consentito lavorare fuori casa o guidare un’auto, donne private dei loro beni, spose e madri adolescenti vittime di matrimoni forzati con uomini anziani, donne analfabete, abusate, vendute, costrette alla prostituzione, vittime di “delitti d’onore”, bambine appena nate annegate in un secchio d’acqua sporca.

Violenze che non si possono giustificare in nome del relativismo culturale, della religione, dell’autodeterminazione o della tradizione. Chiamarle cultura è un’offesa alle vittime e alla nostra intelligenza. Sono tutti frammenti di un universo femminile drammaticamente simile, perché simile è il potere esercitato sul corpo, la sessualità, i pensieri, la libertà e la vita stessa delle donne da una diffusa cultura maschilista e misogina che le considera proprietà e non persone. Eppure queste donne sono ancora capaci di sognare e di regalare il loro sogno ad altre donne, sono capaci di rompere il silenzio per riprendere in mano le loro vite, pagando il prezzo del loro coraggio.

Pagina dopo pagina si prende dolorosa coscienza che nel mondo c’è una guerra silenziosa, trasversale e non dichiarata, una guerra contro le donne che si manifesta in forme diverse, talvolta subdole, altre volte evidenti, ma con un comun denominatore: la marginalità e la sottomissione di metà della razza umana.

Non possiamo far finta di niente, perché anche noi donne occidentali, in famiglia e sul lavoro, nel privato come nel sociale, siamo parte di quella rete tinta di rosa che avvolge il mondo e che tesse quotidianamente con energia e dignità, coraggio e perseveranza, la trama e l’ordito di un futuro diverso e migliore per tutti. Uomini compresi.

Anna Maspero per Il Reporter – http://www.ilreporter.com

Lettera alle mie figlie

Il giorno in cui Fawzia Koofi nacque, sua madre la espose al sole bruciante dell’Afghanistan affinché morisse. Era la diciannovesima nascita in una famiglia con sette mogli (il totale dei figli sarebbe poi ammontato a 23) e sua madre non voleva un’altra femmina.
Nonostante le terribili ustioni, le cui cicatrici l’avrebbero accompagnata sino all’adolescenza, Fawzia sopravvisse e divenne per sua madre la figlia prediletta. Quando il padre, un uomo politico tradizionalista, fu assassinato dai mujahedin, la madre analfabeta di Fawzia decise di mandare la figlia ormai decenne a scuola; mentre la guerra civile infuriava, Fawzia schivava pallottole vaganti e cecchini e presenziava inflessibilmente alle lezioni, conscia di essere la prima persona della sua famiglia che stava ricevendo un’istruzione.

Successivamente sposò l’uomo che amava ed ebbe due figlie desiderate, Shohra e Shaharzad. L’ascesa al potere dei talebani mise fine alla sua libertà, ma non alla sua volontà di contrastare l’ingiustizia e di realizzare i suoi sogni. Così Fawzia divenne un’attivista e una donna politica. Ha lavorato per l’Unicef e per svariate ogn come difensora dei diritti umani di donne e bambini. E’ attualmente membro del parlamento afgano e correrà per la presidenza del paese nel 2014.

Tutto questo lo racconta in “Lettere alle mie figlie”, che sta scrivendo assieme a Nadene Ghouri, giornalista che ha lavorato per la BBC e Al Jazeera: “Il mio libro è in realtà una lettera al mondo. Alcuni lettori potranno trovare la mia storia triste o deprimente, o forse troppo personale perché solleva questioni relative alla mia famiglia ed alla mia vita. In più, potrebbero esserci persone a cui non piacerà la natura rivelatrice di quanto ho da raccontare sulle donne e sulla mia comunità: alcuni diranno che mi lamento o che tradisco. Ma è un rischio che mi sento di assumere a beneficio del mio bellissimo paese, il nostro Afghanistan. Quando una donna obietta rispetto alla vita che conduce è considerata una disgrazia per la sua famiglia, ma io l’ho fatto ugualmente. Ho appuntato il mio cuore alla mia manica, rivelando in onestà e integralmente la verità del mio viaggio. Ho percorso una lunga strada irta di difficoltà, sfide e tristezze, dai miei umili inizi quale figlia femmina in una società misogina che non dà valore alle voci femminili, ad essere una voce per la vulnerabile e vittimizzata comunità delle donne afgane di oggi. La mia lotta è cominciata il giorno in cui sono nata.

“Lettere alle mie figlie” non è la storia della mia vita. E’ la storia della vita di ogni donna afgana. Ho documentato la nostra storia di vita per disegnare una chiara immagine delle nostre lotte, di modo che il mondo capisca cosa stiamo passando e cosa è effettivamente  minacciato. Questa storia è come un oceano che mi sono portata sulle spalle per decenni, per l’intera mia esistenza. Ho sentito che era il momento giusto per renderla in parole.”

Maria G. Di Rienzo

Il sito di Fawzia Koofi:  http://www.fawziakoofi.org 

Se parliamo la lingua materna

C’erano una volta le babaylan (“donne mistiche”), le specialiste della comunità filippina nei campi della cultura, della religione, della medicina e della conoscenza dei fenomeni naturali, chiamate ad istruirsi per rivestire questo ruolo onorato da un sogno, da un’esperienza traumatica o da una babaylan più anziana. Prima dell’invasione degli spagnoli nel sedicesimo secolo, queste donne erano il perno sociale e spirituale dei loro gruppi… Ma no, non vi sto raccontando una fiaba. Le babaylan, anche se in minor numero di un tempo, ci sono ancora. E il cuore del loro insegnamento, il centro di una visione olistica che non crea immagini del divino poiché “siamo tutti un unico respiro, e dio è in ciascuno di noi”, è la risoluzione nonviolenta dei conflitti.

Aperte a tutto ciò che è buono e che aiuta la vita, hanno incorporato il messaggio di pace cristiano nei loro canti di preghiera: traducendolo nei linguaggi nativi, perché “dio ci capisce se parliamo la lingua materna”. L’educazione alla pace fornita dalle babaylan comincia molto presto, diretta ai bambini. Ciascuna bimba o bimbo apprende a maneggiare il conflitto in modi appropriati a seconda che esso si dia tra i suoi pari, con le persone adulte e le babaylan stesse; violenza e guerra sono ovviamente escluse da questa visione, perché distruggono e non gettano ponti. Il concetto di base è che non potremo andare con grazia e gentilezza sul ponte che attraverseremo dopo la morte (“tumatawid”), ne’ trovare guida durante il passaggio, se non abbiamo amato e curato in questa vita, che è sacra.

E poiché tutta la vita è sacra proteggere gli animali, l’acqua, la terra, l’aria sono compiti irrinunciabili: le babaylan odierne sono ecologiste che hanno dato più di un filo da torcere a chi voleva e vuole deforestare o devastare i loro ambienti naturali. “Non può essere altrimenti.”, dicono, “Quando ci tolgono la foresta, strappano dio via da noi. Poiché tutto è interconnesso, la pace e la giustizia sono ingredienti indispensabili per la vita sulla terra.” Forse state immaginando un mucchietto di donne prive di vero potere, illetterate e confinate in remoti villaggi, ma le babaylan valutano l’istruzione quanto il bilanciamento, ed il mantenimento delle loro tradizioni non confligge con l’apprendere cose nuove. Una babaylan odierna è per esempio l’ecologista Kunthala Lahiri-Dutt, attivista di punta delle lotte ambientaliste delle comunità locali, esperta delle istanze relative all’acqua ed al mantenimento degli ecosistemi. Kunthala lavora per diverse università locali ed estere, ed è presente come specialista nel “Programma per il maneggio delle risorse naturali nell’Asia del Pacifico”.


La preparazione per diventare una babaylan è lunga, poiché abbraccia diversi campi, ed incorpora in una sola figura i ruoli di sacerdotessa, guaritrice, saggia e profetessa. I sette valori che un’aspirante babaylan deve conoscere e maneggiare, però, credo possano essere d’ispirazione anche a noi.

1) “Kalooban at patotoo”: imparare ad essere umani, a definire se stessi come umani. La manifestazione della verità e dell’integrità del sé, il piantare i semi della coscienza. Quando questo attributo spirituale è presente, le persone si muovono verso “ginhawa” (il benessere, l’essere a proprio agio), i cui significati operativi concreti si traducono nel lavorare ed apprendere assieme agli altri, amandoli della loro umanità, che noi condividiamo.

2) “Kabuhayan at kaalwanan”: imparare a fare, a nutrire l’intelligenza che in noi sostiene la vita. Il capire che il godere di salute e cose buone avviene per condivisione e inclusione e che un’esistenza umana “sostenibile” per il pianeta basa sulla reciprocità.

3) “Karunungan at kaalmang-bayan”: imparare ad imparare! Il nutrire insieme la nostra conoscenza collettiva. La vita ci insegna come si fa, sostengono le babaylan, e ripete le sue lezioni sino a che non le comprendiamo. Perciò noi impareremo dalle esperienze che facciamo con i nostri cari, nelle nostre famiglie e nelle nostre città; impareremo dalla storia, dalle radici e dai significati che erano esplicita conoscenza tanto tempo fa; impareremo dai nuovi modelli che emergono, dalle reti locali, nazionali, e globali. La dott. Maria Luisa Canieso Doronila, che ha compiuto studi antropologici sulle comunità indigene, parla di come le babaylan incoraggino in esse una sorta di “intelligenza multipla” che sviluppa alti livelli di conoscenza (linguistica-verbale, corporea, logica-matematica, intrapersonale, artistica, ecc.) anche in persone che vivono in condizioni di povertà.

4) “Kapwa at kapatiran”: imparare a vivere e lavorare insieme come un popolo compassionevole. E’ il riconoscimento delle differenze e del loro valore, il vederle all’interno del proprio gruppo. Poiché i termini dell’interazione (“kapwa”) sono non sessisti e non gerarchici, le babaylan ad esempio, in presenza di violazioni che riguardano le donne, hanno un rituale di guarigione che prevede la narrazione della loro storia e la promessa da parte della loro comunità di trasformare le pratiche patriarcali in azioni positive.

5) “Pagkakaisa at pamathalaan”: imparare a realizzare una visione ed una missione collettive. Secondo la babaylan Marianita Girlie C. Villariba si tratta di qualcosa di molto simile alla “fronesis” di Aristotele. Si tratta della capacità di interpretare la situazione politica in cui viviamo e di decidere che azioni intraprendere al proposito. “Nessuno di noi da solo è buono quanto tutti noi insieme”.

6) “Lakas at tibay ng loob”: imparare a sostenerci spiritualmente. In sostanza si tratta di coltivare una certa “forza di carattere”. A Marianita Villariba questo aspetto fu particolarmente utile durante gli anni ’70, quando resisteva come attivista all’oppressione del governo militare. “Una cosa che ho appreso è che non avevo necessità di “purificare le mie motivazioni”: una delle trappole in cui cadiamo come attivisti è spesso quella del martire, del servizio totale ad una causa, che può renderci ciechi, anche a livello spirituale. Ho riconosciuto che la verità ha molte motivazioni, molte ma non uguali, non intercambiabili, e che la rabbia verso l’ingiustizia va “organizzata”, altrimenti sarà essa a guidarci e non noi a servircene come stimolo.”

7) “Bathala na”: imparare a sviluppare il dono finale della perseveranza, della continuità. “Bathala” significa dio. “Bathala na” è la determinazione che si erge davanti all’incertezza, è il coraggio di dedicarsi alla pace ed alla giustizia. E’ il punto finale di una filosofia sistemica che vive la Terra come spazio sacro e casa di diversi popoli e gruppi, e dove chi è guida politica lo è fino a che lega i suoi atti al rispetto ed alla reciprocità.

Maria G. Di Rienzo

Lezioni d’amore e di cucina

Di Deborah Block per Voice of America, 28 giugno 2011, trad. Maria G. Di Rienzo

Per undici anni la Sierra Leone, paese dell’Africa occidentale, è stata devastata dalla guerra civile. La guerra ebbe inizio nel 1991 quando un gruppo ribelle, chiamato il Fronte rivoluzionario unito, lanciò una campagna per controllare i ricchi giacimenti di diamanti del paese. I ribelli assalivano i civili nei villaggi, usando machete ed asce per tagliar loro braccia, gambe, labbra e orecchie.

Damba Koroma aveva solo cinque anni, nel 1997, quando i ribelli le tagliarono il braccio sinistro. Più tardi, da bambina, fu portata negli Usa, dove ha appena terminato le scuole superiori. Sul braccio sinistro una mano dalle unghie perfette, sull’altro solo il ricordo. Ma Damba Koroma non indugia nel passato. Cucinare è una delle sue passioni: qualche giorno prima di ricevere il diploma se la gode nel preparare un’insalata durante la lezione di cucina. Usa allo scopo delle protesi speciali. “Trovo splendido il riuscire a produrre qualcosa di veramente buono e gustoso che altre persone ed io ameremo mangiare.”, dice.

L’insegnante Craig Scheuerman l’ha aiutata a procurarsi le protesi, che sono state donate da una fondazione non-profit. Dice che Koroma è la studente migliore che lui abbia mai avuto: “Pensavo che lei fosse disabile, ma adesso mi è chiaro che non lo è. E’ fenomenale in cucina. Riesce a lavorare alla stessa velocità di chi ha due mani.” I suoi compagni di classe sono d’accordo, e dicono che è sempre disposta ad aiutare gli altri. Daryl Hale afferma di essere impressionata da come Damba sia una “buona persona da qualunque parte la si osservi”. Josoph Jackson aggiunge che è volonterosa nel condividere le sue conoscenze con tutti.

Damba Koroma ricorda il giorno in cui i ribelli attaccarono il suo villaggio, chiedendo danaro a sua madre che non ne aveva. Il capo del gruppo disse che avrebbe fatto della bambina un esempio, di modo che tutti sapessero cosa sarebbe accaduto se non avessero soddisfatto le sue richieste. “Tagliarono via il mio braccio sinistro, e lo stesso fecero a mia madre e a molte altre persone del villaggio.” Damba spiega che ci vollero tre interi giorni, alla sua famiglia, per riuscire a raggiungere un ospedale nel mezzo del caos. Dopo di ciò, Damba ha passato tre anni viaggiando da un campo profughi all’altro. “Mia madre ed io, durante il giorno, entravano nelle città fuori dalle quali eravamo accampate, mendicando i soldi per il cibo.”

Nel 2000, mentre si trovavano in un campo per amputati, a Damba fu offerta l’opportunità di ottenere un braccio artificiale negli Usa. Ma ad operazione terminata, la bambina era terrorizzata all’idea di tornare in Sierra Leone. Quando la sua storia divenne nota al pubblico, Sahr Pombor e sua moglie Josephine si fecero avanti per diventare i suoi tutori ad Alexandria, in Virginia: “Non riuscivo neppure a pensare a quanto dolore aveva sopportato. Mi lacerava e basta.” La coppia di freschi sposi provenienti dalla Sierra Leone, fuggiti negli Stati Uniti a causa del conflitto, ha avuto successivamente tre bambine proprie. Josephine Pombor ricorda che fu sua sorella a darle consigli su come aiutare Damba: “Prendi quella mano e baciala, mi diceva, non devi dirle altro se non che la ami, e questo l’ho fatto di continuo. Mano a mano che cresceva, diventata sempre più fiduciosa in se stessa.”

Damba dice che non prova amarezza: “Anche se ho una sola mano, anche se ho un passato decisamente duro, non permetterò a questo di impedirmi di fare ciò che voglio fare.” lo scorso aprile la ragazza è tornata in Sierra Leone per la prima volta. Ha incontrato altri amputati e parlato agli studenti sul fatto che non bisogna mai darsi per vinti. Si è riunita alla madre e agli membri della sua famiglia: “Ero a casa. Ed era come se ci fossi sempre stata, anche se non li avevo visti per quasi undici anni.”

Damba Koroma entrerà all’università fra pochi mesi. Desidera studiare sviluppo e relazioni internazionali. La Sierra Leone, spiega, si sta ricostruendo dopo la guerra. La giovane spera di aiutare a mettere in piedi un ospedale per donne e bambini nel paese: “Aiutare gli altri è una passione, per me, perché è un modo per restituire quanto mi è stato dato. Così tante persone hanno aiutato me lungo la strada.”

Il mondo chiude un occhio


“Sono stata costretta a lasciare la scuola a 10 anni perché mi hanno data in moglie. Dopo 8 mesi ero divorziata. Vorrei che nessun’altra bambina soffrisse quello che io ho sofferto.” Madina, oggi 14enne, Sudan.

Ogni anno 10 milioni di bambine vanno spose. Dappertutto, senza che il continente, la cultura, la religione o la classe sociale facciano differenza. Spose di cinque anni, sposi di cinquanta. Bambine violentate per essere reclamate come mogli. Un debito pagato con una bimba di otto anni, una faida familiare risolta con la consegna di una dodicenne.

Se hai rapporti sessuali prematuri, arrivano le fistole se sei fortunata (si fa per dire) e il decesso per emorragia se lo sei meno. Se partorisci a quindici anni, hai cinque volte tanto la probabilità di morire nel processo di una ragazza di venti e tuo figlio ha il 60% di probabilità in più di non arrivare al primo anno d’età. Ma qualcuno mi ha chiesto se c’è davvero bisogno di dire, ancora, che le donne sono esseri umani e che per questo hanno diritti umani.

Si stima che attualmente le bambine-soldato al mondo siano 100.000. In genere rapite fra i 10 ed i 14 anni, si rivelano utilissime: possono portate fucili in spalla di giorno e rallegrare sessualmente interi accampamenti la notte. A differenza dei loro coetanei di sesso maschile, queste ragazzine suscitano poca compassione: se e quando riescono a lasciare le milizie, le loro comunità e famiglie non sono inclini a riaccoglierle, perché portano lo stigma delle violenze che hanno subito e le più grandi hanno magari già un figlio o due a cui non si sa cosa dar da mangiare. “Mio padre non vuole più vedermi perché della gente gli ha detto che i soldati hanno abusato di me.” è la testimonianza più frequente.

Molte muoiono di malattie a trasmissione sessuale. Alcune tornano dai gruppi armati perché persino essere schiave è meglio che crepare dell’indifferenza e del piccato sdegno altrui. Altre diventano prostitute in proprio. A 15 anni. Però qualcuno si chiede se c’è davvero necessità di ripetere che le donne sono esseri umani e che per questo hanno diritti umani.

In Afghanistan, ad esempio, il dibattito su quanti e quali diritti hanno le bambine si svolge così: se vanno a scuola si getta loro acido in faccia, gli si bruciano le scuole stesse e si ammazzano i loro insegnanti, uomini e donne che sono così poco rispettosi della loro stessa cultura da far veramente arrabbiare gli intellettuali nostrani (l’ultima vittima in ordine di tempo è Khan Mohammad, preside della scuola femminile Porak nella provincia di Logar, la cui testa è stata fatta esplodere a colpi d’arma da fuoco il 25 maggio 2011. I talebani lo avevano avvisato parecchie volte che alle bambine non si insegna, ma non ha voluto capire.). A scuola le bimbe non possono andare, ma a portar bombe sì. Le tradizioni devono evidentemente permetterlo. Solo durante il mese scorso hanno raggiunto le cronache le storie di due bambine-kamizake afgane, rapite alle loro famiglie in miseria, drogate ed imbottite di esplosivo. La prima, nove anni, è stata fermata in tempo; la seconda, otto anni, è stata fatta saltare in aria dagli attentatori il 26 giugno 2011.

In India ci si pensa per tempo. Non solo ne mancano 50 milioni, di questi esseri – le donne – che chissà perché mi ostino a credere umane e perciò portatrici di diritti umani, ma quelle restanti sono ancora troppe: i genitori le convertono in “maschi” con una plastica ai genitali. E’ un’industria fiorente ed in piena espansione, le famiglie si indebitano pur di pagare i 2 o 3mila euro per l’operazione. Una mezza dozzina di chirurghi dalla faccia di bronzo hanno dichiarato pubblicamente di aver “trasformato” ciascuno centinaia di bambine ogni anno (spesso si tratta di bambine di dodici mesi o poco più). A queste infanti viene costruito un “pene” usando i tessuti dei loro organi genitali, dopo di che gli si danno dei bei biberon di ormoni. Non potranno generare, avranno problemi di salute per tutta la vita, sono state derubate della loro stessa identità, ma chi se ne frega, almeno non sono femmine.

Ogni giorno sui giornali italiani spuntano i trafiletti che narrano di bambine e ragazzine violate, umiliate, picchiate, molte volte da ragazzi poco più grandi di loro: spuntano un giorno e spariscono il giorno dopo. Forse per rispetto alla nostra cultura. O forse perché qualcuno potrebbe chiedersi se è lecito trattare così degli esseri umani. Ma c’è proprio ancora bisogno di arrecare disturbo ripetendo che le donne fanno parte della specie umana? E’ così evidente che non è vero. Maria G. Di Rienzo

(Fonti: The Guardian, rapporto 2011 “Breaking Vows” dell’ong Plan UK, India Times, Hindustan Times, National Geographic, Institute for War & Peace Reporting, UN Women)