Di Deborah Block per Voice of America, 28 giugno 2011, trad. Maria G. Di Rienzo
Per undici anni la Sierra Leone, paese dell’Africa occidentale, è stata devastata dalla guerra civile. La guerra ebbe inizio nel 1991 quando un gruppo ribelle, chiamato il Fronte rivoluzionario unito, lanciò una campagna per controllare i ricchi giacimenti di diamanti del paese. I ribelli assalivano i civili nei villaggi, usando machete ed asce per tagliar loro braccia, gambe, labbra e orecchie.
Damba Koroma aveva solo cinque anni, nel 1997, quando i ribelli le tagliarono il braccio sinistro. Più tardi, da bambina, fu portata negli Usa, dove ha appena terminato le scuole superiori. Sul braccio sinistro una mano dalle unghie perfette, sull’altro solo il ricordo. Ma Damba Koroma non indugia nel passato. Cucinare è una delle sue passioni: qualche giorno prima di ricevere il diploma se la gode nel preparare un’insalata durante la lezione di cucina. Usa allo scopo delle protesi speciali. “Trovo splendido il riuscire a produrre qualcosa di veramente buono e gustoso che altre persone ed io ameremo mangiare.”, dice.
L’insegnante Craig Scheuerman l’ha aiutata a procurarsi le protesi, che sono state donate da una fondazione non-profit. Dice che Koroma è la studente migliore che lui abbia mai avuto: “Pensavo che lei fosse disabile, ma adesso mi è chiaro che non lo è. E’ fenomenale in cucina. Riesce a lavorare alla stessa velocità di chi ha due mani.” I suoi compagni di classe sono d’accordo, e dicono che è sempre disposta ad aiutare gli altri. Daryl Hale afferma di essere impressionata da come Damba sia una “buona persona da qualunque parte la si osservi”. Josoph Jackson aggiunge che è volonterosa nel condividere le sue conoscenze con tutti.
Damba Koroma ricorda il giorno in cui i ribelli attaccarono il suo villaggio, chiedendo danaro a sua madre che non ne aveva. Il capo del gruppo disse che avrebbe fatto della bambina un esempio, di modo che tutti sapessero cosa sarebbe accaduto se non avessero soddisfatto le sue richieste. “Tagliarono via il mio braccio sinistro, e lo stesso fecero a mia madre e a molte altre persone del villaggio.” Damba spiega che ci vollero tre interi giorni, alla sua famiglia, per riuscire a raggiungere un ospedale nel mezzo del caos. Dopo di ciò, Damba ha passato tre anni viaggiando da un campo profughi all’altro. “Mia madre ed io, durante il giorno, entravano nelle città fuori dalle quali eravamo accampate, mendicando i soldi per il cibo.”
Nel 2000, mentre si trovavano in un campo per amputati, a Damba fu offerta l’opportunità di ottenere un braccio artificiale negli Usa. Ma ad operazione terminata, la bambina era terrorizzata all’idea di tornare in Sierra Leone. Quando la sua storia divenne nota al pubblico, Sahr Pombor e sua moglie Josephine si fecero avanti per diventare i suoi tutori ad Alexandria, in Virginia: “Non riuscivo neppure a pensare a quanto dolore aveva sopportato. Mi lacerava e basta.” La coppia di freschi sposi provenienti dalla Sierra Leone, fuggiti negli Stati Uniti a causa del conflitto, ha avuto successivamente tre bambine proprie. Josephine Pombor ricorda che fu sua sorella a darle consigli su come aiutare Damba: “Prendi quella mano e baciala, mi diceva, non devi dirle altro se non che la ami, e questo l’ho fatto di continuo. Mano a mano che cresceva, diventata sempre più fiduciosa in se stessa.”
Damba dice che non prova amarezza: “Anche se ho una sola mano, anche se ho un passato decisamente duro, non permetterò a questo di impedirmi di fare ciò che voglio fare.” lo scorso aprile la ragazza è tornata in Sierra Leone per la prima volta. Ha incontrato altri amputati e parlato agli studenti sul fatto che non bisogna mai darsi per vinti. Si è riunita alla madre e agli membri della sua famiglia: “Ero a casa. Ed era come se ci fossi sempre stata, anche se non li avevo visti per quasi undici anni.”
Damba Koroma entrerà all’università fra pochi mesi. Desidera studiare sviluppo e relazioni internazionali. La Sierra Leone, spiega, si sta ricostruendo dopo la guerra. La giovane spera di aiutare a mettere in piedi un ospedale per donne e bambini nel paese: “Aiutare gli altri è una passione, per me, perché è un modo per restituire quanto mi è stato dato. Così tante persone hanno aiutato me lungo la strada.”

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