Chiamata alla resistenza nonviolenta

di Laura Carlsen, direttrice dei Programmi per le Americhe del Centro per la Politica Internazionale di Città del Messico, www.cipamericas.org Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo


Quando George W. Bush lasciò la Casa Bianca, il resto del mondo respirò di sollievo. La “dottrina della sicurezza nazionale” fatta di attacchi unilaterali, dell'invasione dell'Iraq motivata dal falso pretesto delle armi di distruzione di massa, e dell'abbandono dei forum multilaterali aveva aperto una nuova fase nelle aggressioni statunitensi. Nonostante ad essere sotto i riflettori fosse il Medioriente, la crescente minaccia di un intervento armato americano gettava la sua lunga ombra su molte parti del mondo. Due anni più tardi, quel senso di sollievo ha lasciato il posto a profonda preoccupazione. Dopo aver sperato in qualcosa di almeno simile a politiche di buon vicinato e di (relativa) non ingerenza, ci troviamo a fronteggiare una nuova ondata di militarizzazione in America Latina sostenuta e promossa dall'amministrazione Obama.
In alcuni paesi, la militarizzazione già caratterizza la vita quotidiana; soldati con fucili d'assalto pattugliano i quartieri e convogli armati monopolizzano le strade. Per Haiti, Honduras, Messico e Colombia, le speranze di tornare ad una civile coesistenza pacifica sono state distrutte da questa ondata. In altri paesi, come Costa Rica, le nuove politiche concertate fra governi conservatori e il Dipartimento della difesa statunitense stanno forzando restrizioni civili e costituzionali con il coinvolgimento degli eserciti. Paura, caos e segretezza sono gli attrezzi preferiti per abbattere le barriere che frenano la militarizzazione.


I costi della militarizzazione

Un esame di questo nuovo scenario rivela standard di vita deteriorati, aumento della violenza, migrazioni forzate, spostamento di priorità nei finanziamenti dai bisogni di base della popolazione alle armi ed allo spionaggio, e violazioni dei diritti civili e dei diritti umani. Nella nostra regione, il paradigma anti-terrorista di Bush è stato convertito – con ben poche differenze - nella guerra ai narcotici. Questo passaggio retorico serve a distanziare le politiche attuali dalla discreditata dottrina della sicurezza nazionale dell'amministrazione Bush, che era largamente impopolare in America Latina, una regione che non è interessata dalle minacce del terrorismo internazionale. I promotori della guerra alle droghe, invece, possono almeno puntare il dito su un problema reale e dei cattivi “classici”.
Il pensiero “macho” se ne esce di nuovo con la solita vecchia storia del bene contro il male che si confrontano sul campo di battaglia sociale, con il solo possibile risultato di avere un vincitore e uno sconfitto. Come cittadini, noi siamo meri spettatori, chiamati ad ignorare la corruzione massiccia che cancella i confini fra i due contendenti e ad accettare il fatto che la battaglia non finirà mai.
Una volta che gli eserciti abbiano il compito di combattere i loro stessi concittadini sul suolo nazionale, lo spostamento del focus dai cartelli della droga all'obiettivo più vasto di occuparsi di qualsiasi supposta sfida allo stato è un passo breve, storicamente provato. E' un passo che mette tutti i dissidenti, anche e specialmente quelli nonviolenti, fra le maglie dell'apparato repressivo statale. Ciò che vediamo oggi in America Latina è che dietro agli scopi dichiarati ci sono gli obiettivi a lungo termine di controllare le risorse naturali e di garantirsi l'accesso ad esse: se necessario, con l'uso della forza.


Le donne chiamano alla resistenza nonviolenta

In tutta la nostra regione le donne, fra i settori più vulnerabili e formalmente meno “potenti” della società, si sono organizzate contro la violenza. Il loro ruolo fondamentale nei movimenti per la pace e contro la guerra non ha nulla a che fare con le argomentazioni fondamentaliste per cui le donne avrebbero un collegamento biologico più forte con la vita, che le porterebbe ad opporsi alle guerre. Abbiamo abbastanza esempi di donne, in politica e nella società, che hanno promosso guerra e militarizzazione per smentire questa affermazione, e numerosi esempi di uomini che rifiutano di sostenere le guerre.
L'impegno delle donne che si organizzano contro la militarizzazione nasce dalle loro specifiche coscienze ed esperienze, e dai ruoli che rivestono nelle comunità. Dalle “Femministe Resistenti” che hanno scelto di contrastare il colpo di stato in Honduras, alle Madri di Ciudad Juárez, in Messico, è stata la terrificante violenza seminata dalle strategie di confronto armato e dal militarismo a motivare le donne alla mobilitazione per la pace e la democrazia. Ciò che hanno sperimentato le spinge ad agire.
Un'altra ragione che spiega il diffuso attivismo delle donne nei movimenti antimilitaristi è che esse corrono rischi particolari sotto l'occupazione militare. Sono, o possono essere, vittime della violenza sessuale e di crimini basati sul genere, incluso l'uso sistematico dello stupro come arma di guerra e dell'abuso sessuale come punizione per le insubordinazioni. E' da un po' di tempo che sappiamo che lo stupro e l'abuso sessuale non sono meri atti individuali di soldati o “bottino di guerra”: sono tattiche di dominio che impiegano i corpi delle donne come mezzi per raggiungere scopi politici e militari. Nondimeno, è stato solo di recente che le Nazioni Unite hanno riconosciuto la violenza sessuale come crimine di guerra e questione riguardante la sicurezza internazionale. Nonostante l'adozione della Risoluzione 1325 dieci anni fa, l'impunità relativa a questi casi continua, favorita dall'indifferenza dell'opinione pubblica, dalla debolezza dei sistemi giudiziari e dal potere detenuto dalle stesse forze militari responsabili degli abusi.


L'organizzarsi delle donne nelle nazioni sotto assedio

L'Haiti di oggi è un tragico esempio di violenza sessuale diffusa in un ambiente militarizzato. Nonostante la presenza di 12.000 soldati appartenenti alla Missione stabilizzatrice delle Nazioni Unite, dopo il terremoto del 12 gennaio 2010 centinaia e centinaia di casi di stupro sono stati denunciati nei campi profughi; un'ong ha riportato la cifra di 230 stupri in 15 campi totali solo fra gennaio e marzo dello stesso anno, una cifra statistica che sfortunatamente appare essere solo la punta dell'iceberg. La concentrazione del volontariato internazionale e lo spiegamento di truppe non sono serviti a proteggere le donne haitiane. Le testimonianze di quelle violentate nei campi profughi attestano che i soldati non rispondono alle loro denunce e notano che la militarizzazione del paese ha indirizzato un enorme ammontare di risorse alle truppe, risorse che se fossero state canalizzate in cibo e alloggi avrebbero tolto le donne da condizioni ad alto rischio. Il caso di Haiti mette in luce una volta di più l'importanza dello sviluppo di analisi basate sul genere dall'inizio degli sforzi per la pace, al fine di raggiungere una visione complessiva delle violenze e di rendere maggiormente inclusiva la definizione di “sicurezza”.
Il contributo dato dalle donne ai movimenti antimilitaristi nei loro paesi non è solo questione di sostegno ad organizzazioni popolari o di rappresentazione, sebbene siano entrambe cose importanti. Le donne hanno anche le loro specifiche richieste, in merito ai loro diritti umani ed all'uguaglianza di genere. Questa agenda deve essere un pilastro nella costruzione di giustizia sociale e pace duratura.

Quale che sia l'urgenza delle lotte contro la militarizzazione in numerosi luoghi, le donne non hanno messo da parte l'agenda femminista, ne' l'hanno lasciata per occuparsene “più tardi”. Come spiega Adelay Carias delle “Femministe Resistenti”: “Le immediate necessità di contrastare l'esercito, di fermare la repressione e di tornare all'ordine costituzionale sono ciò che ci ha motivate e guidate in questa lotta. Ma anche, sin dall'inizio, abbiamo capito che era venuto il momento di porre le nostre richieste, di ampliare i confini del nostro progetto... I nostri slogan “No ai colpi di stato, no ai colpi alle donne”, “Basta con il femminicidio”, “Ne' lo stivale del soldato ne' la tonaca del prete contro le lesbiche”, “Fuori i rosari dalle nostre ovaie”, si potevano udire in tutte le città in cui abbiamo sfilato chiedendo pace, libertà, eguaglianza, democrazia, giustizia.”

Yolanda Becerra, dell'Organizzazione popolare delle donne di Colombia, sottolinea che nel suo paese il movimento delle donne contro la militarizzazione e per la pace con giustizia, sta lottando “per tutti i diritti: il diritto di avere una vita dignitosa, il diritto di scegliere, il diritto di parlare, il diritto di mangiare pur essendo poveri...” Nell'agosto dello scorso anno, le donne colombiane hanno tenuto “l'Incontro internazionale delle donne e dei popoli d'America contro la militarizzazione” per costruire reti, discutere dei conflitti armati da una prospettiva di genere e “cercare modi per disarticolare la logica della guerra”. Donne da tutto il mondo hanno partecipato all'evento, che era legato alle proteste contro l'accordo per permettere la presenza militare statunitense in almeno sette basi dell'esercito colombiano.
Le donne pagano un prezzo salato per la loro resistenza. Le femministe honduregne hanno presentato un rapporto il 2.11.2010 alla Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani in cui documentano centinaia di casi di stupro, abuso sessuale e violazione di diritti umani, nonché l'assassinio di donne della resistenza per mano dei fautori del colpo di stato. Alla colombiana Yolanda Becerra, dopo che aveva ricevuto molteplici minacce, la stessa Commissione garantì delle misure protettive.

La senatrice Piedad Córdoba, nota oppositrice della militarizzazione del suo paese e sostenitrice di una soluzione negoziata del conflitto, descrisse la situazione della Colombia all'Incontro internazionale succitato. Parlò dei quattro milioni di rifugiati interni che sono il risultato della militarizzazione del paese e del “trasferimento di più di cinque milioni di ettari di terra, appartenenti ai campesinos, agli interessi della grande industria che finanzia i corpi paramilitari” e concluse: “Questa è la ragione per cui le donne hanno deciso: non daremo più figli alla guerra. E' impossibile usare la guerra per fermare la guerra. La pace non è solo una bella parola. La pace è la necessità di discutere come distribuire i benefici dello sviluppo, è discutere dei destinatari della ricchezza. Ci stiamo confrontando con uno stato che militarizza il pensiero, che militarizza persino il desiderio, l'amore, l'amicizia. Qualsiasi cosa accada, dobbiamo usare le nostre voci per protestare contro la guerra.”

La risposta del governo alle coraggiose parole di Córdoba fu velocissimo. Neppure un mese dopo la sua partecipazione al meeting delle donne contro la militarizzazione, le fu tolto il seggio al Senato e fu bandita da qualsiasi carica pubblica per 18 anni. Il governo della “sicurezza democratica”, l'ultima versione della militarizzazione, ha legami con le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC). Córdoba aveva in effetti partecipato alle negoziazioni ufficiali con le FARC – che sono solo un'altra espressione delle strutture militari patriarcali – ed ottenuto il rilascio di numerosi ostaggi. Dice che le misure del governo non la deruberanno della sua voce e continua a giocare un ruolo importante nel movimento per la pace.
Ora le donne messicane stanno cominciando a soffrire ciò che le loro colleghe colombiane conoscono da decenni. La militarizzazione del Messico, tramite il pretesto della “guerra alla droga” e le iniziative statunitensi, ha raggiunto livelli scioccanti, così come il numero delle persone uccise grazie ad essa. In Messico, come in Colombia, sono le donne le prime linee delle nuove organizzazioni contro la militarizzazione.

Fu una donna, la madre di un giovane assassinato, ad interrompere il discorso di Calderón a Ciudad Juárez nel febbraio 2010. Gridò la sua protesta contro la fallita strategia di sicurezza che ha fatto della città territorio occupato, e che ha aumentato di più di dieci volte il numero degli omicidi. Sono state le donne ad alzarsi in piedi e a voltare la schiena a un Presidente che aveva promesso sicurezza ed ha consegnato morte. E continuano ad essere le donne, all'interno di movimenti propri o misti, quelle che rigettano l'affermazione del governo – ripetuta sino alla nausea - che le morti dei loro figli sono prezzi ragionevoli da pagare per la lotta al crimine organizzato. Sul confine nord del Messico, i difensori dei diritti umani sono stati giustiziati o esiliati. I loro casi sono diversi da quelli delle giovani donne vittime del femminicidio, tuttavia l'impunità regna sovrana per entrambi.

La militarizzazione ha un impatto diretto sulle vite delle donne e sulle forme della loro resistenza. Daysi Flores delle “Femministe Resistenti” racconta la sua esperienza: “Nel giro di un anno, abbiamo dovuto imparare a convivere con la tristezza, con il senso di impotenza, con la rabbia, la paura e la disperazione. Per quanto la dittatura cerchi di mostrarsi con una bella faccia, ti basta camminare per la strada per sapere che il paese è ora di proprietà dell'esercito. Per cui, abbiamo dovuto essere creative: apprendere come fronteggiare le minacce, come non essere uccise, arrestate, stuprate o rapite. E nonostante i rischi, ci rifiutiamo di rinunciare all'idea di democrazia, democrazia vera, quella che ci hanno rubato con i loro fucili, con i gas lacrimogeni, con i pestaggi e gli omicidi. Per questo continuiamo a protestare, anche se ciò mette a rischio le nostre vite.”

Le reti di solidarietà fra donne a livello internazionale sino ad ora hanno funzionato casualmente o in modo effimero. Le donne che si oppongono alla militarizzazione in situazioni di conflitto, e le loro famiglie, sono esposte al rischio di assassinio, abuso sessuale, violenza fisica e psicologica. Dobbiamo costruire reti di responso rapido, di modo che nessuna donna che alzi la voce contro la militarizzazione si trovi da sola. Il processo deve essere velocizzato, prima che la militarizzazione diventi un aspetto “normale” della vita e distrugga il tessuto sociale che è la base per una pace durevole.
Questa è la grande sfida che tutte noi abbiamo davanti.

All'Europa interessano le donne?

di Eve Ensler, aprile 2011, trad. Maria G. Di Rienzo. Eve Ensler è la fondatrice di V-Day, movimento internazionale contro la violenza su donne e bambine. Dal 1999 ad oggi, il movimento ha raccolto oltre 60 milioni di dollari e finanziato più di 10.000 rifugi e programmi antiviolenza. http://www.vday.org  

Mentre il cambiamento politico si diffonde attraverso il Medioriente, e dopo la celebrazione del centesimo anniversario del Giorno Internazionale della Donna il mese scorso, io ho passato un bel po' di tempo riflettendo ed apprezzando il ruolo eroico e cruciale delle donne attiviste di base in tutto il mondo. Ho riflettuto su come hanno lavorato instancabilmente e spesso sotto attacco per contrastare violenza ed ingiustizia, per fornire servizi ove i governi omettono di farlo, e per chiedere trasparenza e fine dell'impunità.
In Europa, come in altre parti del mondo, è grazie a costoro che la violenza contro le donne è diventata una questione riconosciuta dai governi e dai politici. Con risorse risicate queste donne gestiscono rifugi, provvedono sostegno medico d'emergenza alle sopravvissute che fuggono da chi abusa di loro, chiedono politiche adeguate, forniscono consigli legali, insegnano autodifesa a donne e ragazze, suscitano consapevolezza su soggetti considerati tabù, ed aiutano donne e bambine/i a raccogliere i pezzi delle loro vite dopo che queste ultime sono state frantumate, a livello emotivo ed economico. E' grazie al loro coraggio ed alla loro perseveranza che un marito non ha più il diritto di stuprare la moglie, e che le molestie sessuali in ufficio non sono più uno sport legittimo.

Ad una prima occhiata, può sembrare che la politica in Europa abbia cominciato a considerare seriamente le richieste delle attiviste di base. Dal Consiglio d'Europa, i cui membri spaziano dall'Irlanda alla Russia, è stato redatto il primo strumento internazionale legalmente vincolante diretto a contrastare la violenza contro le donne. L'Unione Europea (27 membri) ha pure preso molteplici impegni per mettere fine alla violenza contro le donne, incluse le Risoluzioni del Parlamento europeo che chiedono una direttiva legalmente vincolante: la più recente di tali Risoluzioni è stata adottata il 5 aprile 2011. Gli stati membri dell'UE ha fatto eco a questo richiamo e richiesto alla Commissione Europea di trovare una strategia europea, di creare un Osservatorio sulla violenza contro le donne e di migliorarne la prevenzione; l'anno scorso, la Commissione Europea ha dichiarato una strategia ed un piano d'azione per combattere la violenza contro le donne.
Ma cosa ha prodotto tutto questo? Ad oggi, la Commissione Europea non ha adempiuto alla maggior parte dei suoi impegni e dei suoi obblighi, mentre al Consiglio d'Europa, nelle ultime fasi prima dell'adozione della “Convenzione sulla prevenzione ed il contrasto alla violenza contro le donne ed alla violenza domestica” alcuni paesi, inclusi la Gran Bretagna e la Russia, stanno facendo ogni sforzo per togliere dalla bozza di trattato i finanziamenti chiave.

E' possibile che nel 2011 siamo ancora qui a lottare per i più ovvi e basilari diritti delle donne? E' possibile che i decisori europei non abbiano alcun reale interesse a proteggere e rafforzare le donne? Qualcuno ha detto che il lassismo e la mancanza d'azione vengono dal convincimento che la violenza contro le donne non sia un'istanza urgente in Europa, o che la volontà degli stati membri di dar priorità ad altro è semplicemente il riflesso del fatto che ci sono questioni più importanti. Questa idea è assurda. Date solo un'occhiata ai fatti e ditemi se la violenza contro le donne non è una faccenda urgente:
Includendo nella lista tutte le forme di violenza contro le donne, si stima che il 45% delle europee sono state soggette alla violenza maschile almeno una volta durante la loro vita;
In Francia, ogni tre giorni una donna muore uccisa dal partner o dall'ex partner. In Gran Bretagna, ne muoiono due a settimana.
Una studentessa universitaria inglese su quattro ha subito un'esperienza sessuale non desiderata all'università o alle scuola superiore.
Fra il 40 ed il 50% delle donne europee hanno sperimentato molestie sessuali sul luogo di lavoro.
Il 79% delle vittime del traffico di esseri umani sono trafficate a scopo di sfruttamento sessuale; più dell'80% di esse sono femmine.
Mezzo milione di donne e bambine nell'Unione Europea vivono con i genitali mutilati.
Nell'area coperta dal Consiglio d'Europa, il costo annuale totale della violenza domestica è di circa 33 miliardi di euro.

Per mettere tempo e danaro nella prevenzione e nelle misure per dare sicurezza a donne e ragazze, il momento è ora. Se i governi europei sono seri nell'occuparsi di metà delle loro popolazioni, l'adozione di una significativa Convenzione del Consiglio d'Europa e di una direttiva legalmente vincolante da parte dell'Unione Europea non dovrebbero essere così difficili. La Risoluzione più recente del Parlamento europeo in merito alla violenza contro le donne fornisce la cornice per questo. Il dibattito che ha condotto alla sua adozione, fra i commenti decisamente inappropriati del Presidente, ha indicato il bisogno urgente di una delle misure che la Risoluzione chiede: lavorare contro “gli stereotipi e le credenze socialmente determinate che contribuiscono a perpetuare le condizioni che creano la violenza di genere e l'accettazione della stessa.”

L'UE presto prenderà decisioni sul suo bilancio pluriennale dal 2013 in avanti. Che le spese siano “sensate” è “l'ordine del giorno” per tutti. Uno studio recente ha rivelato che solo il costo della violenza relativa ai partner intimi, nell'Unione Europa, è di circa 16 miliardi di euro l'anno. Ciò significa che ogni mezz'ora un milione di euro va perso perché niente viene fatto per prevenire l'abuso delle donne da parte dei loro partner. Lo stesso studio mostra che se i fondi per la prevenzione di questa violenza fossero aumentati di un solo euro, ne salverebbero 87 sui costi. Incrementare i fondi per la prevenzione sarebbe una “spesa sensata”, non è vero?
Al momento le attiviste di V-Day stanno organizzando eventi in circa 20 paesi europei (più di 100 località) per aumentare la consapevolezza e raccogliere fondi per le organizzazioni di base che lavorano per mettere fine alla violenza contro le donne. La Commissaria europea Reding conosce il potere dell'attivismo di base di V-Day: lei stessa ne fece parte nel 2004, quando salì sul palco per partecipare alla rappresentazione di beneficenza de “I monologhi della vagina” nel suo paese, il Lussemburgo. L'attivismo di base copre alcuni dei buchi che attualmente esistono sia nella prevenzione sia nella fornitura di servizi, ma i decisori politici in Europa devono rendere lo stop alla violenza contro donne e bambine una priorità reale.

Come le migliaia di donne che ho incontrato negli oltre 60 paesi in cui ho viaggiato negli ultimi 15 anni, le donne europee sanno esattamente di cosa hanno bisogno e sanno esattamente come rispondere alle loro particolari necessità all'interno delle loro particolari circostanze. Sta ai leader politici ascoltarle, e poi provvedere con cura piattaforme e vie che siano loro utili a dirigere i loro propri destini.
Estratto di un articolo di Holly Kearl per The Women International Perspective, 15.4.2011, trad. e adattamento di Maria G. Di Rienzo. 
Holly Kearl lavora per l’Associazione americana delle donne universitarie a Washington, DC. E’ autrice del libro “Street Harassment: Making Public Places Safe and Welcoming for Women” , è la fondatrice del sito www.stopstreetharassment.com Ha scritto articoli per The Huffington Post, The Guardian, AOL, Forbes e Ms.

Cos’hanno in comune una donna di Bangalore, India, che aspetta un autobus ad un angolo di una strada affollata, un’adolescente del Queens di New York, vestita della sua uniforme scolastica, che aspetta il treno della metropolitana, e una ventenne di Drammen, Norvegia, che infagottata nel suo cappotto invernale torna a casa da sola dopo aver fatto visita ad un’amica?
Per tre anni, donne come queste, da trenta diversi paesi, hanno condiviso le storie delle molestie da loro subite sul mio blog “Stop Street Harassment” (Mettiamo fine alle molestie in strada). Nei loro interventi riferiscono dettagliatamente gli espliciti commenti sessuali, i rimarchi sessisti, i toccamenti, i gesti volgari, i fischi e le masturbazioni pubbliche che gli uomini impongono loro sulle strade, sui trasporti pubblici e nei negozi: solo perché sono femmine e si trovano in uno spazio pubblico.
Dopo aver scritto la mia tesi di laurea sulle molestie di strada quale studente della “George Washington University”, ho deciso che volevo fare di più rispetto a questo problema. Attraverso il blog, fornisco uno spazio dove persone da tutto il mondo possono condividere le loro esperienze ed aumentare la consapevolezza su quest’istanza globale. “Stop Street Harassment” è una piattaforma dove scambiare idee su come maneggiare la questione, che si sia fatto esperienza delle molestie o che si sia testimoni di esse.
I pochi studi a disposizione mostrano che la prevalenza delle molestie di strada è davvero alta. Più dell’80% delle donne ne hanno fatto esperienza in Canada ed Egitto; India e Yemen portano la cifra al 90%. E in solo due indagini condotte ad Indianapolis (Indiana) e nella Bay Area della California la cifra sale al 100%.
Mi sento oltraggiata da questa faccenda perché, a differenza di altre forme di aggressione, le molestie di strada sono riportate come complimenti, o seccature minori, o colpa delle donne stesse. Le molestie in strada sono un’istanza seria: impediscono alla donne di avere lo stesso accesso degli uomini agli spazi pubblici, o del sentirsi in essi benvenute e a proprio agio quanto gli uomini. Le molestie costringono le donne a stare costantemente in guardia, a controllare i dintorni, a nascondersi, ad evitare i contatti tramite sguardo e ad avere il cellulare sempre pronto in caso di bisogno.
E questi sono i dati delle mie ricerche: su base mensile, il 45% delle donne evita di trovarsi in spazi pubblici la sera, ed il 40% evita di trovarvisi da sola. Una su cinque ha cambiato casa per evitare le molestie e una su dieci ha cambiato impiego perché i molestatori le seguivano lungo il percorso casa-lavoro.
A volte mi sento disperata per la vastità della questione. Lo scorso anno, ho avuto l’idea di organizzare un giorno internazionale d’azione per far conoscere la pervasività delle molestie in strada e per contribuire a rompere il silenzio che le circonda. Ho pensato di dichiarare il 20 marzo, giorno dell’equinozio di primavera, Giorno contro le molestie in strada. Speravo di trovare 500 persone che volessero fare qualcosa il 20 marzo: condividere le loro esperienze, parlare ai membri delle loro famiglie della questione, e magari organizzare un evento o una manifestazione. Mi è stato subito chiaro che avevo toccato un nervo scoperto, perché gente da tutto il mondo sembrava aver atteso proprio quest’occasione per mettersi insieme e affrontare la cosa. Sono rimasta stupefatta dal numero di azioni organizzate, e dalle oltre 1700 persone che mi hanno risposto su Facebook dicendomi che si sarebbero impegnate.
Il 20 marzo non sono quasi riuscita a staccarmi dal computer tanti erano i messaggi, i post, le foto inviate dalle attiviste e dagli attivisti: Praga, Città del Messico, Il Cairo, Sudafrica, Canada, Trinidad e Tobago, Nuova Delhi. L’incredibile successo del Giorno contro le molestie in strada, ed il continuo flusso di persone che mi contatta dicendo: “Se l’avessi saputo avrei partecipato anch’io.”, significa che vi saranno altri Giorni simili negli anni a venire. E io so che ogni anno gli eventi saranno più vasti, con ancora maggior partecipazione, perché collettivamente ci rifiutiamo di restare in silenzio rispetto a questo problema e decidiamo di agire, di condividere le nostre storie, di chiedere che le aggressioni finiscano.

C'è riscatto nella voce

Di recente, l’allegro Pinocchio che abbiamo come capo del governo ha presenziato ad una cerimonia in cui si premiavano degli studenti universitari. Non mi interessa in modo particolare seguire i suoi spostamenti, ma il fatto era riportato in tre quotidiani italiani come se si trattasse di tre notizie diverse. Nel primo, che titolava qualcosa del genere “Show del premier” (siamo l’unico paese al mondo che si fa governare da cabarettisti), sembrava che l’illustre ospite avesse deliziato la platea studentesca ed il commentatore sottolineava le sue grandi capacità comunicative; nel secondo si parlava di “accoglienza tiepida” e la platea dei presenti era descritta come uno specchio delle opinioni di un paese ahinoi diviso a metà; nel terzo non si riusciva a capire cosa fosse realmente accaduto, forse un flop e forse no, perché la narrazione consisteva in sostanza delle arzigogolate, ed altrettanto confuse, opinioni del reporter sul mondo intero.
In sé, ripeto, non è neppure qualcosa su cui valga sprecare tempo e inchiostro, il vero problema è che tutte le notizie in Italia passano attraverso questo processo di manipolazione, infiocchettatura ed inscatolamento, di modo che noi non si possa mai sapere quel che succede. Mi sono quindi presa la briga di vedere se altri – la stampa estera – avevano notato e come l’esempio che mi era caduto sott’occhio. Ebbene sì, ma facendo giornalismo, cosa di cui in Italia si è perso il gusto. Fra i tanti, vi cito solo Newsweek, che come sapete non è organo di un partito comunista ne’ bollettino eversivo in fotocopia.
17 aprile 2011, autore del pezzo non menzionato. Titolo “Siamo trattate come prosciutto”. Estratto dall’articolo:
[“La sapete quella dell'italiano che tenta di insegnare ad un tedesco come si seduce una bella donna?”, chiede Silvio Berlusconi agli studenti universitari durante la cerimonia di premiazione. Fa una pausa, alza un sopracciglio, tentenna la testa, fa l'occhiolino: e poi sforna una battuta su sesso orale e calici da champagne. La barzelletta fa fiasco. La stanza è silenziosa. “Questa è la versione annacquata.”, dice lui, tentando di rimediare, “La versione originale è molto più divertente, come potete immaginare.”
Pochi minuti dopo ci prova di nuovo, sorridendo scioccamente a due ragazze bionde che sono là per ritirare premi per la loro eccellenza negli studi: “Congratulazioni.”, dice loro, “Voi due siete favolose. Sto pensando di invitarvi ad un bunga-bunga.” Si riferisce ai suoi scandalosi festini sessuali ed ottiene risatine imbarazzate in uno sconfortante silenzio. A Berlusconi è sempre piaciuto raccontare barzellette. Ma le donne italiane non ridono più. (...)
La rabbia si legge nei sondaggi. Il consenso delle donne a Berlusconi è crollato dal 48% dell'anno scorso al 27% attuale, il peggior risultato di sempre. (…)
Arcidonna ha denunciato Berlusconi, lo scorso mese, per 25 anni di abusi sulle donne italiane. “Il modo in cui il Primo Ministro si comporta, accusato ora di prostituzione minorile, è il colpo finale.”, dice Valeria Ajovalasit, presidente del gruppo di donne. (…)
I media italiani sono saturi di nudi femminili. Enormi cartelloni pubblicitari mostrano le donne in pose seduttive, a gambe aperte. I programmi radio sono infiorati di gemiti orgasmici. Le donne che appaiono in televisione hanno un rapporto stoffa-pelle nuda che farebbe arrossire Caligola. Nel suo doppio ruolo di proprietario dei mezzi di informazione e di capo di stato italiano, Berlusconi ha modellato più di chiunque altro lo scenario mediatico. Fra i programmi televisivi che offriva negli anni '70 c'era uno spettacolo di quiz dove una casalinga si toglieva un capo di abbigliamento ogni volta in cui un concorrente maschio rispondeva correttamente ad una domanda. Il format dei programmi televisivi, da allora, non è cambiato: gli uomini sono alla ribalta, partecipanti e vincitori, le donne sono sullo sfondo a togliersi i vestiti in silenzio. (...)
Secondo il rapporto del World Economic Forum sul divario di genere globale, in relazione ai diritti delle donne l'Italia si situa al 74° posto, dietro la Colombia, il Perù e la Romania. Gli indicatori includono la parità nei salari, la partecipazione alla forza lavoro e la violenza domestica. Altre statistiche rivelano che il 95% degli uomini italiani non ha mai usato una lavatrice, e che mentre le donne passano di media 21 ore la settimana a fare lavori domestici, gli uomini si arrestano a 4 ore.]
Il giornalista si prende la briga, com’è logico in chi sappia che mestiere fa, di intervistare donne italiane che i suoi lettori hanno sentito nominare (editrici, politiche, attrici), di citare le posizioni ed i silenzi della Ministra per le Pari Opportunità, di menzionare le proteste popolari, ed il titolo lo prende pari pari da un commento di Lorella Zanardo: “Le donne in televisione sono trattate come pezzi di prosciutto”.
E’ un buon pezzo sull’intreccio fra media, costume e politica, e ha chiaro da subito quali sono i soggetti principali che devono essere sentiti, se si parla di degrado e di uso e consumo dell’immagine femminile, cioè le donne. Cosa che nessuno dei tre articoli menzionati in apertura ha fatto, pur situandosi i giornali in cui sono apparsi sull’intero spettro politico a nostra disposizione (destra – finto indipendente – sinistra).
“Il silenzio è tutto ciò di cui abbiamo terrore. C’è riscatto nella voce.”, Emily Dickinson
Maria G. Di Rienzo

Io sono una donna politica

Intervista a Aung San Suu Kyi di Polly Toynbee, per The Guardian, 16 aprile 2011. Trad. Maria G. Di Rienzo. Ndt. : in tutto l’articolo non appare, se non nella menzione di un quotidiano, il termine “Myanmar”, ed il paese viene sempre definito “Burma”, cioè “Birmania”, e così ho tradotto.

La staccionata alta è dietro, a separare la sua casa dal lago che le sta accanto, ma questa volta è stata eretta dalla sua stessa gente per proteggerla, non per chiuderla dentro. Quanto libera è Aung San Suu Kyi, cinque mesi dopo la fine di 15 anni di arresti domiciliari? Non molto, o come un uccellino: dipende da come le fate la domanda.

Fragile, eppure forte come ferro, con le rose gialle e bianche nei capelli che sembrano smentire la sua volontà d’acciaio. Non stava bene, quando le abbiamo fatto visita questa settimana. Pure, entra nella stanza con un sorriso luminoso, con calore e grazia, ed il suo portamento eretto maschera la dolorosa spondilosi alla spina dorsale.

Andrew Comben, direttore del Festival di Brighton, ed io come presidente dello stesso, siamo venuti a filmare un’intervista, poiché Aung San Suu Kyi è la direttrice ospite dell’evento del maggio prossimo. Poiché non osa viaggiare all’estero, sapendo che i generali al governo della Birmania sin dal 1962 non la lascerebbero mai tornare, abbiamo deciso per il filmato. I suoi visitatori sono controllati, perciò c’è voluto qualche sotterfugio, nascondersi nei taxi e poi uscirne di soppiatto, prendere il traghetto sul fiume, e andarsene alla chetichella dall’ingresso posteriore dell’albergo, al fine di evitare la confisca del nostro film.

Eravamo entrati in contatto mesi or sono, quando Aung San Suu Kyi era ancora in stato d’arresto, e c’eravamo chiesti se avrebbe giudicato l’idea di dirigere come ospite un festival delle arti assurdamente frivola, o comunque irrilevante rispetto alla lotta del suo paese per la democrazia. Tutt’altro. Ha accettato deliziata: sebbene abbia trascorso 15 degli ultimi 21 anni in isolamento, ha un godimento estatico per moltissime cose. L’arte è importante, dice: “Se si riesce a far capire alle persone perché la libertà è così importante attraverso l’arte, ciò è di grande aiuto.” Esplorare i suoi gusti artistici, ciò che le piace, e i suoi ricordi è stato rivelatore e commovente. E sorprendente: ma di questo diremo poi.

La richiesta di libertà che attraversa come una tempesta il Medio Oriente spazzerà via le dittature ovunque, anche in Birmania?
“Gli esseri umani vogliono essere liberi e per quanto a lungo abbiano acconsentito ad essere prigionieri, a rimanere oppressi, verrà il giorno in cui diranno: Allora è così. Di colpo si troveranno a fare cose che non avrebbero mai immaginato, semplicemente per l’istinto umano che spinge i loro volti a girarsi verso la libertà.”

E quel momento è ora?
“Sempre più persone, in special modo i giovani, stanno capendo che se vogliono un cambiamento devono perseguirlo da se stessi: non possono dipendere da una persona particolare, ad esempio da me, perché tutto il lavoro sia compiuto. E’ meno facile ingannare le persone oggi di quando lo sia stato in passato, oggi sanno cosa succede in tutto il mondo.”

Il Medio Oriente non è mai menzionato nei giornali di stato birmani, organi che fanno sembrare la Pravda dell’era sovietica Wikileaks. “La Nuova Luce del Myanmar” reca avvertimenti sulla prima e l’ultima pagina: “L’anarchia genera anarchia. La rivolta genera rivolta, non democrazia. Spazzate via coloro che incitano alla sollevazione ed alla violenza.”, e attacchi alla BBC e a Voice of America: “Non permettiamo a noi stessi di essere sviati da trasmissioni assassine ideate solo per causare problemi.”

Aung San Suu Kyi ne ride, e chiama il giornale “La Nuova Peste del Myanmar” (gioco di parole fra “light-luce” e “blight-peste”, ndt.).

Il regime è scosso?
“La gente sa quel che accade a causa della rivoluzione avvenuta nelle comunicazione. Perciò le persone stanno diventando sempre più consapevoli del loro potenziale, e ciò va incoraggiato.”

Ma quale potrebbe essere la scintilla? Una rivolta nel 1988 fu dissolta dal governo tramite l’azzeramento dei buoni del tesoro in una sola notte, di modo che ognuno perse i propri risparmi. Le proteste del 2007, a cui parteciparono i monaci, ebbero inizio con un elevato aumento dei prezzi del riso.
“Nel momento in cui l’esercito comincia a sparare, la maggior parte delle sollevazioni si spengono in fretta. Ma per quanto tempo la gente resterà quieta dopo, quello è un altro paio di maniche.”

La gente guarda a lei, ed ora che è libera, la Lega Nazionale per la Democrazia ha un nuovo impulso, sebbene organizzarsi sia difficile, dato che tutti i suoi leader sono fra i 2.200 prigionieri politici del paese: sentenze fino a 65 anni di carcere sono state comminate a studenti. “Paura, paura, la paura è ovunque.”, dice Aung San Suu Kyi.

Eccetto che dentro di lei. Nel 2003 si tentò di assassinarla quando il suo convoglio venne assalito da criminali organizzati dal governo, e 70 dei suoi sostenitori furono uccisi in quell’assalto: picchiata e incarcerata allora, è rimasta in stato di arresto sino a quest’anno.

La sua gente vorrebbe proteggerla strettamente, ma lei rifiuta. Fa spallucce, e dice che se il regime la vuole morta, c’è poco che si possa fare.

Quanto libera è, ora? Se mette piede fuori di casa, la circondano migliaia di ammiratori ovunque vada. E’ andata a far spese con il figlio, una volta, ma ha dovuto essere salvata dall’assembramento dei fan. “Per fortuna, andare a fare spese non mi piace!”, e invero lo shopping deve essere poco attraente, in Birmania. Un tempo la seconda nazione più ricca del sudest asiatico, nonostante le sue molte risorse, è ora la più povera, e la meno libera dopo la Corea del Nord.

Aung San Suu Kyi è libera di viaggiare attraverso il suo paese? Non proprio, lei pensa. Non ha ancora messo piede fuori Rangoon: “Fino ad ora non ho tentato di andare in alcun posto dove non mi desiderassero, ma devo cominciare a saggiare le acque di nuovo.” Il suo lavoro la tiene inchiodata fra l’ufficio del partito e la sua casa, la sua ex prigione. I suoi lunghi anni di detenzione sono così eccezionali perché in parte sono stati volontari. La maggior parte dei prigionieri non ha scelta, ma ogni giorno lei avrebbe potuto camminare libera, dirigersi verso l’aeroporto e volare via, con i suoi carcerieri lieti di essersi disfatti di lei per sempre.

Ogni giorno, per quindici anni, ha dovuto prendere la decisione di restare, sola ed isolata, senza i due figli, e persino quando il suo amato marito stava morendo di cancro in Gran Bretagna, crudelmente bandito dal farle visita. Ma se voi le parlate di eccezionale risolutezza, lei si riferirà sempre ad altri prigionieri politici birmani tenuti in ben più dure condizioni, affamati, dalla salute minata: “Non penso di essere stata l’unica volontaria. Un bel po’ della nostra gente avrebbe potuto scegliere di non andare in prigione, se avesse smesso di lavorare per il movimento che chiede democrazia.”

E’ stato il rispetto dei generali per suo padre, eroe di guerra che morì combattendo per l’indipendenza della Birmania quando lei aveva due anni, a permettere che fosse incarcerata nella sua propria casa. Questa donna, Premio Nobel per la Pace, è stata anche protetta dall’opinione pubblica mondiale.

“Questa parola, “liberi”: – dice parlando di se stessa e degli altri prigionieri – noi tutti pensiamo di essere più liberi della gente che sta fuori, perché non abbiamo dovuto scendere a compromessi con la nostra coscienza. Stiamo facendo ciò in cui crediamo. Non siamo incarcerati dietro le sbarre del senso di colpa. Perciò, penso sia questo che ci ha fatto scegliere la prigionia al posto del restare, fra virgolette, “liberi”. Per noi, questo è il modo in cui viviamo le nostre vite.”

Negli ultimi cinque mesi, lei ha ridato vita alla Lega Nazionale per la Democrazia, stabilendo nuovi servizi umanitari, scavando pozzi, aprendo cliniche e scuole con pochissimo denaro. Scrupolosamente, la Lega non accetta donazioni da sostenitori stranieri, ma solo da donatori birmani. Aung San Suu Kyi ride, mentre racconta che come loro cominciano a scavare un pozzo, il governo si affretta a cercare di scavarne uno migliore: “E’ una cosa che fa un sacco di bene!”

Ma è difficile programmare incontri con gli organizzatori regionali senza fondi, è difficile sapere come vanno le cose da altre parti. Aung San Suu Kyi ha appena appreso degli ammutinamenti nell’esercito dal World Service della BBC, un salvagente, quando le informazioni sono così dure da ottenere. E’ sollevata che la programmazione della BBC diretta alla Birmania sia stata risparmiata dai tagli del governo, si dice “confusa” per la decisione di tagliare quella cinese. Dopo settant’anni, gli ultimi programmi della BBC in mandarino per la Cina sono appena stati trasmessi.

La pressione dall’esterno ha più impatto di quel che la gente normalmente crede, lei sostiene. E’ perciò che i generali si sono sentiti obbligati a dar forma ad una nuova Costituzione, sebbene essa lasci la medesima casta militare al governo del paese, solo vestita di abiti civili.

Le finte elezioni tenutesi prima del suo rilascio sono state dichiarate “profondamente compromesse” dalle Nazioni Unite. Il suo partito non si è presentato, poiché le condizioni per farlo includevano il ripudio di tutti i suoi prigionieri politici ed il giurare fedeltà ad una Costituzione che permette all’esercito di spadroneggiare in qualsiasi momento. Ma tali elezioni sono state sufficienti agli economisti occidentali neoliberisti per chiedere un compromesso e la cancellazione delle sanzioni, accusando nel contempo

Aung San Suu Kyi di “ostinazione”.

“Dicono che se potenziamo il commercio, il commercio ci porterà la democrazia. Dicono: Quello di cui avete bisogno è una classe media, e poi avrete la democrazia. Come in Cina?”, si chiede ironicamente, “Ma il Fondo Monetario Internazionale sostiene che il disastro della nostra economia è dovuto al suo malo uso, non alle sanzioni. Le ong invitano i funzionari pubblici a seminari sulla “costruzione di capacità”: ma il problema non è che i funzionari pubblici non sono capaci, è che non fanno niente se non ricevono una mazzetta.” La Birmania, su 180 paesi, ne ha solo quattro che la superano in corruzione. “Parlo con gli uomini d’affari, e loro mi dicono che ciò che previene le imprese dal nascere è che tutto casca nelle mani dei corrotti.”

Il suo messaggio è che la sola risposta sta nella democrazia e nella trasparenza, ma le ong non vogliono saperne di politica, il che la fa bruciare dall’indignazione. Cita Graham Greene: “Lui scrisse: Qualche volta, se sei umano, devi prendere una posizione. Loro dicono che noi non siamo pronti a fare compromessi. Non capisco cosa intendano. Le nostre menti non sono inflessibili, forse solo le nostra ginocchia lo sono. E noi non siamo in ginocchio.”

Il suo messaggio è che tutto è politico, e niente è apolitico. Con cristallina precisione, scandisce le parole a tutte maiuscole: “Io sono una donna politica. Sarà una parolaccia, ma è ciò che ho scelto come professione. Io sono una donna politica!”

Parliamo quindi del generale disprezzo per la politica, mentre il voto continua a declinare in occidente: “Chiedete loro se emigrerebbero in uno stato totalitario.”, risponde.

Ma si preoccupa del fatto che anche quando la libertà arriva, la gente ha la memoria corta se i risultati del governo non raggiungono le aspettative? “Ho sempre tentato di spiegare che la democrazia non è perfetta. Ma almeno ti dà la possibilità di forgiare da te stesso il tuo destino.”

Nonostante tutto, sembra che la politica non occupi l’intera sua vita, mentre racconta di cosa l’arte ha significato per lei. Beethoven era una scelta che ci aspettavamo: “Per molte persone, rappresenta non solo la grandezza della musica, ma la grandezza del pensiero dietro di essa. Ho spesso desiderato, in questi ultimi anni di detenzione, di essere una compositrice perché in tal modo avrei potuto esprimere quel che sentivo attraverso la musica, che in qualche modo è più universale delle parole.” Perciò il nostro Festival comincia con Fidelio, l’opera del prigioniero. Durante la detenzione, Aung San Suu Kyi ha suonato il pianoforte ogni giorno.

Ha ricordato la sua passione per T.S. Eliot quando era ad Oxford a studiare politica ed economia, perciò il Festival produrrà i Quattro Quartetti, accompagnati da un quartetto d’archi di Beethoven. Poi prende in giro le poesie tremende che le venivano insegnate a scuola nella Birmania coloniale e le recita ridendo. E infine c’è una sorpresa.

Di recente apprezza i Grateful Dead, in particolare “Standing on the Moon”: “Lo avete mai ascoltato? A me piace molto. Mio figlio mi ha insegnato ad apprezzarlo. Anche Bob Marley. Mi piace “Get up, Stand up for your rights” (“Alzati, ergiti per i tuoi diritti”, ndt.). Abbiamo bisogno di più musica di questo tipo.” E così il Festival le ha portato Lee Scratch Perry, uno dei mentori di Bob Marley.

Prima che ce ne andiamo, lei ci ferma per piegare un origami, un fior di loto, da mandare al Festival, dove si aggiungerà a tutti quelli posati a galleggiare nel lago del Queen’s Park, a simboleggiare i molti prigionieri politici birmani.

Abilmente le sue dita si muovono avanti e indietro, e lei rammenta quando faceva la stessa cosa con i suoi figli piccoli. Eccola là, un’icona, il raggio della libertà, un simbolo mondiale di forza e perseveranza, che ride e piega la carta. Come sempre, con il buonumore e la grazia, indossa il suo eroismo leggermente.

 Aung San Suu Kyi è la Direttrice Ospite del Festival di Brighton del 2011. Il Festival si terrà dal 7 al 29 maggio prossimi. www.brightonfestival.org

Il nostro compito

Navi Pillay, Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, 5 aprile 2011
(estratto dal discorso tenuto durante il forum su “Religioni, credi e diritti delle donne”, ad Atlanta – Usa, trad. Maria G. Di Rienzo)


“Il coraggio e la determinazione delle donne in Medio Oriente ed in Nord Africa dovrebbero essere una fonte di ispirazione per tutti noi, donne ed uomini che lottiamo per raggiungere il pieno rispetto dei diritti umani in generale ed il rispetto per i diritti di bambine e donne in particolare. Indossando i jeans o l'hijab, fosse la loro visione laica o religiosa, le donne sono state la prima linea delle dimostrazioni. Hanno reclamato lo spazio pubblico e la pubblica attenzione. Hanno chiesto cambiamento. Sapevano di essere quelle che avrebbero sofferto di più dalla perpetuazione dello status quo.
Dobbiamo ora sostenere queste donne, di modo che lo spazio che hanno reclamato ed ottenuto tramite quelle proteste rimanga pienamente aperto, per loro e per i gruppi a rischio. Dobbiamo stare attenti alla ricomparsa di pratiche discriminatorie e di intolleranza durante il periodo di incertezza che è inevitabile nelle transizioni politiche. La dignità di ogni essere umano, al di là del suo sesso e delle sue origini, è fondamentale per tutte le fedi e tutte le culture. Essa è anche la base della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Tradizioni, credenze e valori cambiano con il tempo, e sono viste e interpretate in modo differente all'interno delle società. Ci sono tradizioni di odio, proprio come ci sono tradizioni di tolleranza; tradizioni di repressione, proprio come ci sono tradizioni di liberazione; e tradizioni di deprivazione ed esclusione, proprio come ci sono tradizioni di giustizia sociale. Questi contrasti si trovano nelle storie di tutti i paesi ed in molti sistemi religiosi.
Il nostro compito è quello di essere pienamente ed inequivocabilmente dalla parte di coloro, in ogni società, che promuovono e difendono i diritti umani, e di stare con coloro che credono nella dignità umana e nell'uguaglianza fra umani.”

Nessuno è il nostro proprietario

Comunicato finale dell'incontro fra sopravvissute al traffico di esseri umani ed alla prostituzione dell'area Asia/Pacifico, Nuova Delhi, 3 aprile 2011, trad. Maria G. Di Rienzo. Fonte: Coalition Against Trafficking in Women.

In questo incontro, abbiamo condiviso storie di resistenza, di sopravvivenza, di guarigione, di ripresa, di accesso all'istruzione, di auto-organizzazione e di mobilitazione.
Collettivamente, siamo d'accordo sul rigettare la legalizzazione dell'industria della prostituzione che serve come sponda al traffico a scopo sessuale, e sul punire i compratori e gli affaristi, non le donne. Come Fatima, una delle nostre leader, ha detto: “Fino a che ci saranno compratori, non metteremo fine al traffico a scopo sessuale.” Le leggi nella nostra regione hanno a lungo criminalizzato e stigmatizzato coloro che vengono sfruttate come prostitute, mentre sono quelle che le società ed i governi avrebbero dovuto proteggere.
La prostituzione continua ad esistere a causa delle false idee che le donne siano inferiori, oggetti sessuali e a disposizione, e che gli uomini siano superiori, i soli decisori e i soli a poter possedere proprietà. Molte di noi hanno sofferto matrimoni precoci, incesto, stupro, forme diverse di abuso infantile e violenza domestica prima di diventare vittime della prostituzione.

Il sistema può funzionare grazie alla disparità economica fra ricchi e poveri, e perché le politiche dei nostri paesi continuano a fare compromessi con i turisti sessuali, con gli eserciti stranieri e nostrani, e con i grandi affaristi, a spese delle vite e dell'integrità corporea delle donne. Questo è il lavoro delle politiche patriarcali, militariste e neo-liberiste.
Noi ci uniamo alle nostre sorelle nel movimento femminista e nel movimento dei lavoratori che chiedono lavoro, non prostituzione; che chiedono programmi economici che creino impiego locale sostenibile, e che non spingano le donne fuori dai loro paesi; che chiedono la socializzazione dell'economica di cura e cioè il riconoscimento che il lavoro domestico è lavoro; che chiedono più fondi per le donne e meno per le spese militari.

Noi ci uniamo ai movimenti Dalit, dei popoli aborigeni ed indigeni della nostra regione che denunciano come le nostre comunità siano i bersagli del traffico a scopo sessuale e della prostituzione. Abbiamo con noi giovani, inclusi gli uomini, e donne che lavorano a livello di base, che continuano a sfidare non solo i sistemi politici ed economici ma anche le ideologie della mascolinità che tengono le donne in subordine.
Chiediamo servizi sanitari estesi, per noi donne e per i nostri bambini, perché i nostri bisogni rispetto alla salute sono molteplici. Chiediamo agli attivisti che contrastano la diffusione dell'Hiv-Aids di rigettare la legalizzazione dell'industria del sesso, di non rassegnarsi a chiamare la prostituzione “lavoro del sesso”, ma di tornare ad essere attivisti per i diritti riproduttivi e sessuali delle donne, il che concerne il controllo delle donne sui loro propri corpi, non lo sfruttamento di essi da parte dei compratori e dell'industria.

La guarigione femminista dovrebbe riconoscere il continuum della violenza, promuovere famiglie alternative (invece di respingerle nell'area di origine, dove possono essere vittimizzate di nuovo), incrementare il sostegno della comunità e far emergere la creatività femminile. E tutti i servizi devono includere i bambini.
Noi chiediamo progetti generatori di reddito che siano sensibili al genere (lavori non tradizionali) e che onorino i principi della cooperazione, della sostenibilità, della condivisione dei profitti e del commercio equo. I governi dovrebbero provvedere alloggi per le numerose donne e bambine che hanno fatto esperienza della prostituzione e che non possono tornare nelle loro comunità, dove i loro parenti sono coloro che le hanno vendute.

Noi chiediamo assistenza legale gratuita e protezione dei testimoni. Chiediamo ai governi locali e nazionali di coinvolgere le donne nelle decisioni da prendere e di revocare le licenze agli stabilimenti della prostituzione.
Noi, ed in special modo i giovani e le giovani fra noi, chiediamo si favorisca la consapevolezza di genere e chiediamo maggior accesso all'istruzione superiore.
I movimenti sociali devono portare avanti campagne pubbliche di prevenzione ed informazione assieme a noi, ed aiutarci a spostare lo stigma dalle vittime ai perpetratori: i compratori ed il sistema d'affari che ruota loro intorno.

Noi chiediamo l'applicazione dei diritti di cittadinanza a tutti, e specialmente alle donne coinvolte nella prostituzione, come diritti umani fondamentali. Le vittime del traffico oltre i confini non dovrebbero essere rimosse a forza dal paese di destinazione ma fornite di aiuti consistenti in accordo con i principi del Protocollo di Palermo.

Noi rafforzeremo i nostri gruppi di auto-aiuto e le nostre reti fra i giovani, le sopravvissute ed i movimenti sociali. Chiediamo in primo luogo la rimozione delle leggi che criminalizzano le prostitute e che esse siano sostituite con leggi che penalizzano i compratori e gli affaristi. Queste leggi dovrebbero includere l'estradizione di trafficanti e compratori affinché il procedimento legale nei loro confronti sia sicuro.

Nessuno è il nostro proprietario. Non il marito, non il padre, non il magnaccia, non il compratore, non l'industria del sesso. Noi ribadiamo di star lottando per la nostra integrità fisica e la nostra autonomia.
Infine, collettivamente ci promettiamo di continuare il nostro viaggio verso la guarigione, la ripresa, il darsi potere e l'attivismo, nel mentre istruiamo, organizziamo e mobilitiamo noi stesse per cambiare la società e sradicare il patriarcato, il razzismo, il sistema delle caste, il militarismo ed il capitalismo che generano e sostengono la prostituzione ed il traffico a scopo sessuale.